sabato 3 ottobre 2026

4/10/26 VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO (ANNO A)

C’è una frase della prima lettura che, lo confesso, mi ha sempre messo un po’ a disagio: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore».

Il disagio nasce dal fatto che questa frase è stata spesso utilizzata davanti a qualcuno che, come Giobbe, ha subito una disgrazia. È morto un figlio: il Signore ha dato, il Signore ha tolto. È arrivata una malattia: il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Come se fosse Dio a mandare le disgrazie.

Ma il libro di Giobbe non dice questo. Una certa predicazione del passato ci ha presentato Giobbe come l’uomo paziente e rassegnato. Basterebbe leggere tutto il racconto per scoprire il contrario: Giobbe protesterà, griderà, arriverà a chiedere conto a Dio della propria sofferenza innocente.

La questione di fondo del libro è un’altra: è facile credere in Dio quando tutto va bene. E quando le cose si mettono male?

Giobbe era ricco, fortunato, aveva una bella famiglia. Improvvisamente viene colpito da una serie di sciagure. Continuerà a fidarsi di Dio anche quando non avrà più nulla da guadagnarci?

Una domanda che raggiunge anche noi: perché credo in Dio?

Perché spero che mi protegga? Perché vorrei che facesse andare bene le cose? Perché, se mi comporto bene con lui, lui si comporterà bene con me?

È la religione del contratto: io do qualcosa a te e tu, in cambio, dai qualcosa a me.

Ma è questa la fede?

Ed è proprio qui che Giobbe si incrocia con la parabola raccontata da Gesù nel Vangelo.

Un servo torna dai campi dopo aver lavorato tutto il giorno e il padrone, anziché dirgli: «Poverino, siediti che adesso ti servo io», gli dice: prepara la cena, servimi, e dopo mangerai tu.

Non è esattamente una parabola da utilizzare in un corso sui diritti dei lavoratori.

Ma Gesù non sta dicendo che Dio tratta così gli uomini. Sta prendendo una situazione normale nella società del suo tempo, quando non esistevano ancora i sindacati, per dire ai discepoli: quando avrete fatto tutto, non presentate a Dio la fattura.

Dite piuttosto: «Siamo servi inutili».

Che è una traduzione dal greco che può trarre in inganno. Del resto, il servo ha arato, ha pascolato il gregge, ha preparato la cena: tanto inutile non è stato!

Andrebbe tradotta: siamo semplicemente servi, inutili nel senso di «senza utile», senza guadagno. Abbiamo fatto quello che dovevamo senza pretendere una ricompensa. Abbiamo fatto del bene senza trasformarlo in un credito.

Ecco il collegamento con Giobbe: la fede non è un’assicurazione sulla vita. Non mi garantisce che non mi ammalerò, che la mia famiglia sarà protetta da ogni disgrazia, che tutto andrà come desidero io.

Questa è la fede di chi fa le cose per Dio, aspettandosi una ricompensa. E quando questa non arriva, si arrabbia con Dio o smette di credere.

San Paolo, al contrario, oggi ci dice qualcosa di rivoluzionario: «Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso».

Cioè che Dio rimane fedele anche quando noi non lo siamo. Continua a offrirci la sua grazia gratuitamente, indipendentemente dai nostri meriti.

E questo, vedete, cambia radicalmente il nostro rapporto con Dio. Perché ci fa capire che il dono che Dio ci offre è uno solo uguale per tutti: sé stesso, la sua grazia, il suo Spirito che, se lo accogliamo, ci trasforma e ci rende capaci di vivere in modo nuovo. Anche le disgrazie. Persino la morte.

Questa è la ricompensa!

Ed è ciò che aveva scoperto Francesco d’Assisi, che oggi ricordiamo, proprio mentre si conclude il Tempo del Creato. Francesco non si è spogliato di tutto per guadagnarsi il paradiso o meritare l’amore di Dio. Ha potuto spogliarsi perché aveva incontrato Cristo e scoperto di possedere già il dono più grande: Dio stesso. E questa scoperta ha cambiato anche il suo rapporto con il creato. Non più qualcosa da possedere e sfruttare, ma un dono da accogliere, custodire e condividere. Fino a chiamare fratelli e sorelle il sole, l’acqua, ogni creatura, e anche la morte perché anch’essa fa parte della vita e ci introduce nella pienezza della vita divina. Quando scopri che tutto è dono, smetti di pretendere e cominci a donare. 

Ecco che cosa significa passare da una religione del merito alla fede.

Non devo fare il bene e amare gli altri per ottenere un premio dal Signore, ma perché è amando come Dio ama me che realizzo pienamente la mia vita.

Non devo pregare o venire a Messa per offrire a Dio un sacrificio e ottenere qualcosa in cambio, ma per accogliere lui stesso, che si dona a me e mi rende capace di riversare sugli altri il suo amore.

La riprova si trova in un’altra parabola che è l’esatto contrario di questa, dove Gesù racconta di un padrone che farà mettere a tavola i suoi servi, si stringerà le vesti ai fianchi e passerà lui stesso a servirli.

È esattamente ciò che accade nell’Eucaristia.

Qui il Signore ci fa sedere alla sua tavola, prende il pane e dice: «Questo è il mio corpo, per voi».

Non controlla se abbiamo accumulato abbastanza meriti. Si dona.

Questo è il premio: non qualcosa che Dio ci concede, ma Dio stesso che entra nella nostra vita. E con lui possiamo affrontare anche le peggiori tempeste.

Non è facile, certamente. È il lungo e faticoso cammino di una fede che, scoprendo progressivamente il vero volto di Dio rivelato da Gesù, impara a liberarsi dalla pretesa di guadagnarsi il suo amore.

Scoprendo che Dio non è qualcuno da convincere ad amarci. È qualcuno dal quale lasciarci amare.