C’è una frase della prima lettura che, lo confesso, mi ha sempre messo un po’ a disagio: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore».
Il disagio nasce dal fatto che questa frase è stata spesso
utilizzata davanti a qualcuno che, come Giobbe, ha subito una disgrazia. È
morto un figlio: il Signore ha dato, il Signore ha tolto. È arrivata una
malattia: il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Come se fosse Dio a mandare
le disgrazie.
Ma il libro di Giobbe non dice questo. Una certa
predicazione del passato ci ha presentato Giobbe come l’uomo paziente e
rassegnato. Basterebbe leggere tutto il racconto per scoprire il contrario:
Giobbe protesterà, griderà, arriverà a chiedere conto a Dio della propria
sofferenza innocente.
La questione di fondo del libro è un’altra: è facile credere
in Dio quando tutto va bene. E quando le cose si mettono male?
Giobbe era ricco, fortunato, aveva una bella famiglia.
Improvvisamente viene colpito da una serie di sciagure. Continuerà a fidarsi di
Dio anche quando non avrà più nulla da guadagnarci?
Una domanda che raggiunge anche noi: perché credo in Dio?
Perché spero che mi protegga? Perché vorrei che facesse
andare bene le cose? Perché, se mi comporto bene con lui, lui si comporterà
bene con me?
È la religione del contratto: io do qualcosa a te e tu, in
cambio, dai qualcosa a me.
Ma è questa la fede?
Ed è proprio qui che Giobbe si incrocia con la parabola
raccontata da Gesù nel Vangelo.
Un servo torna dai campi dopo aver lavorato tutto il giorno
e il padrone, anziché dirgli: «Poverino, siediti che adesso ti servo io», gli
dice: prepara la cena, servimi, e dopo mangerai tu.
Non è esattamente una parabola da utilizzare in un corso sui
diritti dei lavoratori.
Ma Gesù non sta dicendo che Dio tratta così gli uomini. Sta
prendendo una situazione normale nella società del suo tempo, quando non
esistevano ancora i sindacati, per dire ai discepoli: quando avrete fatto
tutto, non presentate a Dio la fattura.
Dite piuttosto: «Siamo servi inutili».
Che è una traduzione dal greco che può trarre in inganno.
Del resto, il servo ha arato, ha pascolato il gregge, ha preparato la cena:
tanto inutile non è stato!
Andrebbe tradotta: siamo semplicemente servi, inutili nel
senso di «senza utile», senza guadagno. Abbiamo fatto quello che dovevamo senza
pretendere una ricompensa. Abbiamo fatto del bene senza trasformarlo in un
credito.
Ecco il collegamento con Giobbe: la fede non è
un’assicurazione sulla vita. Non mi garantisce che non mi ammalerò, che la mia
famiglia sarà protetta da ogni disgrazia, che tutto andrà come desidero io.
Questa è la fede di chi fa le cose per Dio, aspettandosi una
ricompensa. E quando questa non arriva, si arrabbia con Dio o smette di
credere.
San Paolo, al contrario, oggi ci dice qualcosa di
rivoluzionario: «Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare
se stesso».
Cioè che Dio rimane fedele anche quando noi non lo siamo.
Continua a offrirci la sua grazia gratuitamente, indipendentemente dai nostri
meriti.
E questo, vedete, cambia radicalmente il nostro rapporto con
Dio. Perché ci fa capire che il dono che Dio ci offre è uno solo uguale per
tutti: sé stesso, la sua grazia, il suo Spirito che, se lo accogliamo, ci
trasforma e ci rende capaci di vivere in modo nuovo. Anche le disgrazie.
Persino la morte.
Questa è la ricompensa!
Ed è ciò che aveva scoperto Francesco d’Assisi, che oggi ricordiamo, proprio mentre si conclude il Tempo del Creato. Francesco non si è spogliato di tutto per guadagnarsi il paradiso o meritare l’amore di Dio. Ha potuto spogliarsi perché aveva incontrato Cristo e scoperto di possedere già il dono più grande: Dio stesso. E questa scoperta ha cambiato anche il suo rapporto con il creato. Non più qualcosa da possedere e sfruttare, ma un dono da accogliere, custodire e condividere. Fino a chiamare fratelli e sorelle il sole, l’acqua, ogni creatura, e anche la morte perché anch’essa fa parte della vita e ci introduce nella pienezza della vita divina. Quando scopri che tutto è dono, smetti di pretendere e cominci a donare.
Ecco che cosa significa passare da una religione del merito
alla fede.
Non devo fare il bene e amare gli altri per ottenere un
premio dal Signore, ma perché è amando come Dio ama me che realizzo pienamente
la mia vita.
Non devo pregare o venire a Messa per offrire a Dio un
sacrificio e ottenere qualcosa in cambio, ma per accogliere lui stesso, che si
dona a me e mi rende capace di riversare sugli altri il suo amore.
La riprova si trova in un’altra parabola che è l’esatto
contrario di questa, dove Gesù racconta di un padrone che farà mettere a tavola
i suoi servi, si stringerà le vesti ai fianchi e passerà lui stesso a servirli.
È esattamente ciò che accade nell’Eucaristia.
Qui il Signore ci fa sedere alla sua tavola, prende il pane
e dice: «Questo è il mio corpo, per voi».
Non controlla se abbiamo accumulato abbastanza meriti. Si
dona.
Questo è il premio: non qualcosa che Dio ci concede, ma Dio
stesso che entra nella nostra vita. E con lui possiamo affrontare anche le
peggiori tempeste.
Non è facile, certamente. È il lungo e faticoso cammino di
una fede che, scoprendo progressivamente il vero volto di Dio rivelato da Gesù,
impara a liberarsi dalla pretesa di guadagnarsi il suo amore.
Scoprendo che Dio non è qualcuno da convincere ad amarci. È
qualcuno dal quale lasciarci amare.