La quarta domenica di Pasqua si chiama “domenica del buon pastore”, e infatti abbiamo ascoltato questo vangelo dove Gesù dice di essere il buon pastore che guida le sue pecore verso i pascoli della vita. A noi, che ci crediamo tanto emancipati, che pensiamo di essere liberi, l’idea di vivere come pecore
mercoledì 22 aprile 2026
19/4/26 III DOMENICA DI PASQUA
Nel brano della Lettera agli Ebrei si dice che Gesù, con la sua morte e risurrezione, venne costituito dal Padre come sommo sacerdote. Cosa vuol dire questa cosa? Per rispondere a questa domanda, prima di tutto deve essere chiaro chi é il sacerdote. In tutte le religioni, il sacerdote è quella persona che con riti e
12/4/26 II DOMENICA DI PASQUA (IN ALBIS)
INTRO
Si conclude oggi l’ottava di Pasqua, un’unica grande
domenica, cominciata domenica scorsa e che finisce oggi. Nell’antichità, quelli
che avevano ricevuto il Battesimo la notte di Pasqua, tenevano addosso per otto
giorni la veste bianca, albis in latino, e in questa domenica le vesti venivano
tolte, deposte: ecco perché questa domenica si chiama in albis deposititis. La
veste bianca è il segno, come dice san Paolo nel brano che ascolteremo, che il
Battesimo è l’inizio della nostra risurrezione perché ci associa allo stesso
destino di Cristo, man mano che permettiamo allo Spirito Santo di trasformarci
a sua immagine. Ed è bello che questa domenica sia dedicata anche a contemplare
la divina misericordia del Signore, capace, col suo perdono, di lavare la veste
del Battesimo che abbiamo sporcato
OMELIA
Come avrete notato, questo vangelo è diviso in due scene
molto simili. La prima scena si svolge la sera del giorno di Pasqua, la seconda
otto giorni dopo. In entrambe le scene Gesù risorto si presenta ai discepoli
dicendo “Pace a voi” e mostrando loro i segni delle sue ferite di crocifisso.
Nella prima scena Tommaso non c’è, nella seconda si. Tommaso, detto Didimo,
scrive l’evangelista. Didimo vuol dire gemello. Gemello di chi? Per certi versi
di Gesù, infatti, quando Gesù va Gerusalemme per risuscitare Lazzaro e gli
dicono “ma lì ti vogliono uccidere”, lui risponde “andiamo anche noi a morire
al suo fianco”, quindi è coraggioso, è disposto a morire al suo fianco. Ma
Tommaso è gemello anche di Giuda, perché anche Giuda quel giorno non c’era, ma
Giuda non c’era perché non aveva creduto nella possibilità del perdono, e
infatti si era ucciso, mentre Tommaso non c’era perché non aveva creduto che un
uomo morto così, sulla croce come un maledetto, potesse essere chi diceva di
essere, e quindi risorgere. Infine, è gemello anche nostro, perché anche noi, la
sera del giorno di Pasqua, non c’eravamo, ma otto giorni dopo si, come Tommaso.
Non è un caso che la liturgia ci faccia ascoltare questo racconto otto giorni
dopo la Pasqua. Ma non è solo una questione temporale. Il numero otto indica
l’eternità, che Gesù è sempre il risorto. Ecco perché la liturgia celebra
l’ottava di Pasqua, fa cioè durare la Pasqua otto giorni. E l’evangelista, con
questo racconto, vuole spiegarci per quale motivo noi, come Tommaso, non siamo
meno fortunati di quelli che videro Gesù risorto, e come anche noi possiamo
vederlo con gli occhi della fede, cioè sperimentare la sua Presenza viva. La
prima indicazione è questa: le due scene si svolgono sempre la sera, nel
cenacolo, nella casa dove Gesù aveva fatto l’ultima cena. Vuol dire che Gesù
risorto si rende presente quando celebriamo l’eucaristia. Ma non basta. L’eucaristia
deve essere vissuta in comunione coi fratelli. Anche per Tommaso fu così: la prima
volta non incontrò il risorto perché non era insieme agli altri. Perché questo?
Perché Gesù rivela la sua identità di Figlio del Padre amando i fratelli. Chi dice “io non vengo a Messa perché c’è
troppa gente, io preferisco stare col Signore per conto mio o seguirla da casa,
in chiesa me ne sto in disparte, dovrebbe riflettere molto su questa cosa. Poi
Gesù dice “Pace a voi”, che non è un augurio, ma è il perdono riconciliante che
Dio rivolge a tutti, in particolare proprio a quel manipolo di gente
improbabile che lo aveva abbandonato, tradito, rinnegato, scommettendo ancora
su di loro, per mostrare che l’amore è più forte del peccato, che Dio ci ama
non perché ce lo meritiamo, non perché siamo bravi, ma per farci diventare come
lui, per farci rinascere dalle nostre ceneri. Ma, a nostra volta, dobbiamo fare
lo stesso, infatti dice: adesso tocca a voi, dovete essere voi a perdonare,
altrimenti il perdono che avete ricevuto non serve a niente. Ecco la seconda
indicazione dell’evangelista: il Risorto lo possiamo incontrare e vedere coi nostri occhi quando viviamo la comunione
fraterna è il perdono reciproco. Infine, in entrambe le scene, i discepoli
riconoscono Gesù non perché è passato attraverso i muri, ma quando vedono le
sue ferite. È fondamentale questa cosa da capire. Tommaso non poteva credere
solo per la parola dei suoi amici: doveva vedere quelle ferite e metterci
dentro il dito, perché l’amore è qualcosa di concreto, non di astratto, non
basta che qualcuno te lo racconti, devi viverlo sulla tua pelle, nella tua
carne. A quel punto, Tommaso capisce che, uno come Gesù, che aveva amato in
quel modo, non poteva essere morto, e quindi che l’amore è più forte della
morte. E Gesù afferma: beati coloro che crederanno in me senza avermi visto. “Credere”
in Gesù vuol dire “credere” nell’amore di Dio che Gesù ha rivelato e fare quel
che ha fatto lui, amare come lui. Chi fa così è beato perché, anche se non ha
visto Gesù risorto con gli occhi, avverte dentro di sé la stessa vita di Dio
apportatrice di gioia. Ecco perché le ferite del crocifisso risorto
continueranno a restare aperte fino a quando ogni uomo sulla faccia della terra
non avrà imparato a mettervi il dito, cioè ad attingere, dall’amore di Dio, la
forza di amare. E in questo tempo contrassegnato dalle assurde guerre in corso,
ci rendiamo conto del bisogno immenso dell’umanità intera e dei capi delle
nazioni di mettere il dito in queste piaghe, anziché continuare a provocarne di
peggiori. A questo riguardo vorrei concludere con le forti e chiare parole
pronunciate ieri (l’altro ieri) dal Papa, rivolte AL SINODO DELLA CHIESA DI
BAGHDAD DEI CALDEI:
5/4/26 DOMENICA DI PASQUA
Oggi non celebriamo un’idea o un fatto del passato che si è concluso quando è avvenuto.
TRIDUO PASQUALE 2026
MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE
Come ogni anno, il triduo pasquale si apre con la storia del profeta Giona, che i primi cristiani hanno sempre letto come prefigurazione della passione, morte e risurrezione di Gesù. Del resto, fu Gesù lui stesso a dirlo: