La quarta domenica di Pasqua si chiama “del buon pastore”, e infatti abbiamo ascoltato questo vangelo dove Gesù dice di essere il buon pastore che guida le sue pecore verso i pascoli della vita. A noi, che ci crediamo tanto emancipati, che pensiamo di essere liberi, l’idea di vivere come pecore che seguono un pastore, anziché fare
quello che vogliono, non piace molto. Peccato che, poi, di fatto,
più che come pecore, viviamo spesso come caproni, lasciandoci guidare, nel modo
pensare e poi di vivere, dalla cultura di massa portata avanti da ideologie e
da personaggi o influencer, come si chiamano oggi, che si spacciano per
pastori, mentre spesso sono mercenari, imbonitori, che promettono di guidarci
verso pascoli di vita, salvo poi scoprire che sono pascoli di morte. La scommessa
cristiana è credere che solo seguendo Gesù, cioè vivendo come lui ci ha
insegnato, la nostra vita diventa vera, autentica, addirittura capace di
superare la morte. Per questo solo lui è il buon pastore, o meglio, il bel
pastore, il pastore bello, perché la traduzione corretta dal greco non è buono,
ma bello, perché è la bellezza ciò che ci attrae. Da qui nascono le domande che
interrogano tutti, noi per primi che siamo qui: siamo attratti da Gesù? Gesù continua
ad essere ancora attraente oggi, oppure è solo uno fra i tanti? Oggi è la
giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Se davvero Gesù continuasse ad
essere così attraente, non assisteremmo (almeno qui da noi) alla diminuzione
del numero di battesimi, di ordinazioni sacerdotali, di consacrazioni alla vita
religiosa e missionaria, di matrimoni, di gente che partecipa alla Messa, di
volontari che si adoperano all’interno della comunità cristiana, di persone che
nel mondo del lavoro e della politica rendono testimonianza della loro fede. Magari,
a volte, il problema non è che Gesù non sia così attrattivo, ma del popolo dei
cristiani in generale, cioè la Chiesa, che non riesce a comunicare questa
bellezza: ecco perché la domanda se siamo attratti da Gesù dobbiamo porcela
anzitutto noi che siamo qui. Lo dice con chiarezza san Paolo: come potranno le
persone invocare Gesù come salvatore senza nessuno che lo annunci? E potrà
annunciarlo, dice ancora san Paolo, chi per primo sperimenta che, credendo in
lui, non si resta delusi. Detto questo, occorre chiarire cosa si intende per vocazione
al singolare e vocazioni al plurale. C’è una sola vocazione, al singolare, che
è quella che hanno tutti i battezzati: il Padre chiama ogni suo figlio amato a
vivere come suo figlio, a immagine del Figlio Gesù, lasciandosi guidare dalla
forza dello Spirito Santo, per vivere la stessa carità di Gesù verso gli altri,
consapevoli che questa è l’unica strada che non delude, che ci rende persone
davvero umane, destinate ad una vita capace di superare anche la morte. Questa è
la vocazione a cui Dio chiama tutti col dono del Battesimo. Poi ci sono le
vocazioni particolari, specifiche di ciascuno, e queste nascono dalla Cresima.
La Cresima abilita il battezzato a tradurre questa identica vocazione nelle
modalità che sono proprie di ciascuno, secondo le capacità, le attitudini, i
carismi di ogni persona. Non è che Dio abbia un progetto o un disegno
prestabilito per ciascuno e che ognuno deve faticosamente scoprire. No, tutti
siamo chiamati dal Padre ad avere Gesù come pastore e a vivere come figli
amando i fratelli, ma lo Spirito santo guida ogni persona a tradurre questa
cosa in modi diversi. Per capire ancora meglio questa cosa, ci viene in aiuto
la pagina degli Atti degli Apostoli. Si viene a creare la necessità che, nella
comunità cristiana, vi sia qualcuno che si occupi di servire le mense senza
trascurare nessuno. Gli apostoli, allora, si rendono conto che non possono fare
tutto loro, perché il loro compito primario era annunciare la Parola di Dio, e
così scelsero sette uomini che si mettessero al servizio delle vedove che
avevano bisogno di assistenza, i primi sette diaconi. Questo non vuol dire che,
allora, l’esercizio della carità sia di competenza solo dei diaconi. La
vocazione a vivere la carità riguarda tutti, solo che gli apostoli lo faranno
principalmente annunciando la Parola di Dio, i diaconi servendo le mense. Tradotto
per oggi. Sapete quando qualcuno dice: vuoi mettere uno che va in missione, che
si occupa dei poveri o che mette su famiglia, rispetto a uno che va a fare il
monaco? Sbagliato. Chi va in missione vive la carità annunciando il vangelo; chi
si occupa dei poveri vive la carità prendendosi cura dei bisogni primari di
alcune persone; chi mette su famiglia vive la carità verso il marito, la
moglie, i figli; chi diventa prete mettendosi a servizio di quella famiglia allargata
che è la comunità dei credenti che gli viene affidata; chi è single o chi svolge
qualunque professione vivrà la carità con la testimonianza nel luogo di lavoro;
e chi va in un monastero vivrà la carità attraverso la preghiera verso tutti,
per ricordare a tutti che la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio è
comunque alla base della vita cristiana di tutti, non solo di un monaco. Allo
stesso modo, la scelta celibataria di un consacrato richiama a tutti il primato
di Dio, mentre l’amore dei coniugi tra loro e verso i figli stimola un prete a
prendersi cura della comunità che gli è affidata. Vedete come tutte le diverse
vocazioni nella Chiesa non sono, alcune di serie A e altre di serie B, ma un
aiuto e uno stimolo reciproco a vivere la stessa carità di Cristo in modi
differenti, quindi a vivere l’appartenenza alla Chiesa e a questa comunità, non
come spettatori, ma come membra vive del Corpo di Cristo, corresponsabili del
bene di tutti.