La quarta domenica di Pasqua si chiama “domenica del buon pastore”, e infatti abbiamo ascoltato questo vangelo dove Gesù dice di essere il buon pastore che guida le sue pecore verso i pascoli della vita. A noi, che ci crediamo tanto emancipati, che pensiamo di essere liberi, l’idea di vivere come pecore
che seguono un pastore, anziché fare quello che vogliono, non piace molto. Peccato che, poi, di fatto, più che come pecore, viviamo spesso come caproni, nel senso che pensiamo di essere liberi, ma in realtà siamo prigionieri del nostro egoismo, delle nostre paure, dei nostri deliri di onnipotenza, e ci lasciamo guidare, nel modo pensare e poi di vivere, dalla cultura di massa portata avanti da ideologie e da personaggi o influencer, come si chiamano oggi, che si spacciano per pastori, mentre sono mercenari, imbonitori, che promettono di guidarci verso pascoli di vita, salvo poi scoprire che sono pascoli di morte. La fede cristiana consiste nel credere che è solo vivendo come Gesù ci ha insegnato che la nostra vita diventa vera, autentica, addirittura capace di superare la morte, perché Dio ci chiama a diventare come lui. Mica male, direi. Ecco perché, in questa domenica, si celebra la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. “Vocazione”, lo sappiamo, significa “chiamata”. Spesso si dice che il Signore ha un progetto specifico per ognuno di noi, e a noi spetta scoprire qual è questo progetto per realizzarlo, poi c’è qualche fortunato che lo capisce e vi aderisce, qualcuno che invece non lo trova, o che non lo capisce o che lo rifiuta. In realtà, il progetto, cioè la volontà di Dio, è uguale per tutti: nel Battesimo il Padre ha chiamato ognuno di noi a diventare suo figlio a immagine del Figlio Gesù, e la Cresima abilita il battezzato a realizzare concretamente questa vocazione in modo del tutto personale e particolare. Voglio dire: io non penso che il Signore volesse che io diventassi prete, mentre voleva che i miei genitori si sposassero e facessero dei figli. Il Signore voleva e vuole che impariamo ad avere lui come pastore, a vivere come figli del Padre amando i fratelli come lui ha amato noi, percorrendo, poi, ciascuno, la strada più consona e adatta alle proprie capacità e attitudini, con la consapevolezza (questo è il punto) che, come ricorda san Paolo, “chiunque crede in lui non sarà deluso”. Per capire ancora meglio questa cosa, ci viene in aiuto la pagina degli Atti degli Apostoli. A un certo punto, gli apostoli capiscono che ascoltare la Parola di Dio, annunciarla e pregare è una cosa troppo importante, perché è da questo che nasce la carità, ma capiscono anche che non possono fare tutto loro, infatti succedeva che non si riusciva ad assistere tutte le persone che avevano bisogno. E allora dicono: bisogna trovare qualcuno che si occupi di questa cosa, e così vennero scelti sette uomini che si mettessero al servizio delle vedove che avevano bisogno di assistenza, i primi sette diaconi. Questo non vuol dire che, allora, l’esercizio della carità sia di competenza solo dei diaconi, che i diaconi non debbano pregare e proclamare la Parola di Dio e che gli apostoli non debbano vivere la carità. Tutti i cristiani devono pregare, ascoltare la Parola di Dio, trarre alimento dai sacramenti, vivere la carità, essere testimoni di Cristo. Poi, ogni cristiano, con la sua scelta di vita, in base ai suoi carismi, vivrà uno di questi aspetti in modo più evidente, perché giovi a tutti. La preghiera di un monaco richiama a tutti la centralità della preghiera; la scelta celibataria richiama a tutti, quindi anche a un single o ad uno sposato, il primato di Dio; l’amore dei coniugi tra loro e verso i figli è un richiamo, per il prete a prendersi cura della comunità che gli è affidata e a chi esercita la vocazione altissima della politica e del governo delle nazioni, a lottare a favore del bene comune rinunciando ai suoi interessi personali, attingendo a sua volta forza dalla preghiera e dall’ascolto della Parola di Dio, esattamente il contrario, ahinoi, di chi oggi governa le nazioni e ha il potere di decidere il destino dei popoli proclamandosi, purtroppo, cristiano. La scommessa per tutti, quale che sia la vocazione di ciascuno, è credere che, solo avendo Gesù come pastore, possiamo vivere in pienezza la nostra umanità e diventare persone autentiche. La diminuzione dei battesimi, dei matrimoni, di preti, frati e suore, di missionari, di gente che, nel loro lavoro, sono testimoni di Cristo, di fedeli che vivono i sacramenti e che, nelle comunità cristiane, si fanno avanti per assumersi compiti e responsabilità, dipende solo da questo.