domenica 3 maggio 2026

3/05/26 V DOMENICA DI PASQUA ANNO A

Oggi voglio soffermarmi sulla scena degli Atti degli Apostoli che racconta il momento culminante del racconto, molto più lungo e articolato, dell’incontro di Pietro col centurione romano Cornelio. Pietro, lo sappiamo, è tutto tranne che un santo “perfetto”: per questo ci assomiglia. In lui non ci sono mezze

misure: o tutto o niente. È capace di slanci straordinari e di cadute clamorose. Dice a Gesù: “Darò la mia vita per te”, e poche ore dopo giura di non conoscerlo. Viene proclamato “beato” da Gesù che, subito dopo, lo chiama “satana”, avversario. Sarà la pietra su cui Cristo fonderà la sua Chiesa, ma spesso, ad essere di pietra è anche la sua testa, dura a convertirsi. Come noi: generosi e incoerenti, pieni di fede e pieni di paura, capaci di amare e capaci di tradire. Ma la buona notizia che attraversa tutta la sua storia è che, se Pietro è infedele, Gesù rimane fedele. Se Pietro è testardo, Gesù lo è ancora di più. E alla fine vince la testardaggine dell’amore. Dopo la risurrezione di Gesù, Pietro è ancora in cammino, non è ancora risorto, non si è ancora convertito, continua a restare ancorato ai suoi vecchi schemi, quelli che Gesù aveva inutilmente cercato di smontare negli anni della sua predicazione. Il momento della sua vera conversione accade proprio nell’incontro col centurione Cornelio. Uno “lontano”, uno “impuro” secondo la religione del tempo — e anche secondo la testa di Pietro. Eppure è un uomo che prega, che cerca, che fa il bene. E proprio a lui Dio si manifesta. Non aspetta che diventi “a posto”: gli va incontro. Gli dice di mandare a chiamare Pietro. Ed è straordinario: sarà un pagano ad aiutare Pietro a diventare davvero cristiano. Pietro si trovava sulla terrazza della casa in cui era andato ad abitare, stava pregando e, a un certo punto, ha fame. E proprio lì, nella sua fame — cioè nel suo bisogno, nella sua fragilità — entra Dio. Vede una grande tovaglia scendere dal cielo, piena di ogni tipo di animali, puri e impuri. E una voce gli dice: “Mangia”. E Pietro, come sempre, risponde: “No, Signore!”. Non è mai d’accordo con Gesù: lo chiama “Signore” e, nello stesso tempo, gli dice “no”. È la contraddizione della nostra fede: crediamo, ma resistiamo. Preghiamo, ma poi non accettiamo quello che Dio ci chiede. E allora la voce insiste: “Quello che Dio ha reso puro, tu non chiamarlo impuro”. Questo accade tre volte. Come i suoi tre rinnegamenti. È come se Dio gli dicesse: “Attento, stai per sbagliare di nuovo”. Pietro non voleva mangiare perché sulla tovaglia c’erano animali considerati impuri dalla Legge di Mosè. E pensare che Gesù aveva insegnato a non considerare impuro nessun animale e nessuna cosa creata da Dio (per questo motivo noi cristiani, a differenza di ebrei e musulmani, non abbiamo alcuna proibizione legata al cibo). In realtà, non si trattava solo di cibo, ma di persone: i giudei consideravano impuri e da evitare tutti gli stranieri, considerati nemici ed esclusi dalla salvezza, nonostante i profeti predicassero il contrario, ma i capi del popolo e gli uomini religiosi del tempo non ascoltavano i profeti, anzi, li uccidevano, come fecero con Gesù, e come accade, purtroppo, ancora oggi da parte dei fondamentalisti che governano Israele. A buon conto, nonostante gli insegnamenti di Gesù, Pietro continuava ad essere impregnato di questa mentalità razzista. Ma ecco che, mentre Pietro è ancora confuso, arrivano gli uomini mandati da Cornelio. E lo Spirito dice a Pietro: “Vai con loro, senza esitare”. E Pietro compie un gesto enorme: entra in casa di un pagano. Varca un confine che la religione aveva reso invalicabile. E così pronuncia la frase che determina la sua conversione, al centro del brano che abbiamo letto oggi: “Sto rendendomi conto -era ora, diremmo noi- che Dio non fa preferenze di persone.” Capisce, finalmente, quello che Gesù aveva sempre annunciato, che Dio non ha favoriti, non ama alcuni più di altri, non esclude nessuno. E poco dopo lo dirà ancora più chiaramente: nessun uomo è impuro. E la prova definitiva arriva subito: lo Spirito Santo scende anche sui pagani. Non su quelli “a posto”. Non su quelli “osservanti”. Ma su quelli considerati lontani, sbagliati, impuri. E quelli che erano con Pietro restano senza parole. È uno shock: “Ma come? Anche loro?” E Pietro capisce fino in fondo: “Chi sono io per impedire a Dio?” E fa un passo decisivo: chiede che siano battezzati. Ecco la vera conversione: smettere di fare da filtro a Dio, di essere noi a giudicare chi è degno e chi è indegno, chi è dentro e chi è fuori dal raggio d’azione dell’amore di Dio. Gesù non è venuto a portarci verso Dio attraverso regole sempre più strette che non tutti riescono ad osservare. Gesù ha fatto il contrario: ha portato Dio verso di noi. Non ha costruito un sistema per selezionare i migliori. Ha aperto una strada per raggiungere tutti. Il linguaggio di Dio non è la legge. È la misericordia. Non è il merito. È la compassione. E questo dovrebbe essere sempre anche il linguaggio della Chiesa, come ci ha insegnato Papa Francesco e come continua ad insegnare Papa Leone. Nel vangelo di oggi, Gesù dice: “Io e il Padre prenderemo dimora in ogni uomo che pratica l’amore e la giustizia”. Dio non abita nei templi. Abita nelle persone, magari proprio in quelle che facciamo più fativa ad accogliere. Pietro, dunque, ci insegna che la fede non è diventare perfetti. È lasciarsi cambiare. È passare da una religione che esclude a un amore che include. È smettere di dire “no, Signore”… e iniziare, finalmente, a fidarsi. Convinti che, a salvarci, non è la nostra coerenza, ma la testardaggine dell’amore di Dio, che non si arrende mai.