mercoledì 22 aprile 2026

5/4/26 DOMENICA DI PASQUA

Oggi non celebriamo un’idea o un fatto del passato che si è concluso quando è avvenuto.

No, celebriamo un fatto che ha cambiato tutto, il modo di vedere e di vivere la vita se, naturalmente, ce ne rendiamo conto: Cristo è risorto. Il vangelo che è stato proclamato non parte da grandi discorsi, ma da qualcosa di molto umano: una donna che piange. Maria di Magdala, nel Vangelo, è davanti a un sepolcro. Non sta cercando la risurrezione. Sta cercando un corpo. Sta cercando qualcuno che ha perso. È l’immagine più vera anche di noi, quando la vita ci mette davanti a perdite, fallimenti, paure, o a quelle situazioni che sembrano chiuse per sempre, come la morte. E proprio lì, nel punto più buio, accade qualcosa di inatteso: Gesù è vivo, ma Maria non lo riconosce. Questo è il primo messaggio della Pasqua: la risurrezione c’è, ma non è sempre evidente. Non si impone. Non abbaglia. Si nasconde dentro la realtà, spesso con un volto che non riconosciamo subito. Solo quando Gesù la chiama per nome — “Maria” — tutto cambia. Perché la risurrezione non è solo un evento: è una relazione. È qualcuno che ti conosce, ti chiama, ti raggiunge proprio lì dove pensavi fosse finita. Anche san Paolo, nel brano della lettera ai Romani, lo dice con una semplicità disarmante: Cristo è morto, è stato sepolto, è risorto ed è apparso. E poi aggiunge: “è apparso anche a me”. Come a dire: non è solo una storia del passato. È qualcosa che continua ad accadere. E infatti la prima lettura, dagli Atti degli Apostoli, lo conferma: i discepoli non sono chiamati a spiegare tutto, ma a testimoniare. Non a convincere con teorie, ma a raccontare un incontro che ha cambiato la loro vita. Allora la domanda diventa inevitabile: dov’è la risurrezione oggi? A livello personale, potremmo dire che la Pasqua entra proprio nei nostri “sepolcri”. Non in astratto, ma lì dove ognuno sa che qualcosa è fermo, chiuso, ferito: relazioni che sembrano finite, fatiche che non passano, parti di noi che abbiamo smesso di sperare. La risurrezione non cancella magicamente tutto questo. Ma apre uno spazio nuovo. È quando trovi una forza che non pensavi di avere, quando una ferita smette di essere l’unica cosa che ti definisce, e qualcosa in te ricomincia, anche se lentamente. E’ quando capisci che la risurrezione non è solo qualcosa che riguarda la vita dopo la morte, ma qualcosa che inizia già adesso, se impari a sentire viva dentro di te la presenza di Cristo crocifisso e risorto. Questo, a livello personale. Ma se allarghiamo lo sguardo alle nefandezze che accadono nel mondo ancora oggi, dov’è questa risurrezione? Qui la Pasqua diventa più difficile da individuare. Perché anche adesso, mentre il mondo cristiano annuncia la risurrezione di Gesù, continuano ad esserci guerre, distruzioni, vite spezzate. Ci sono ancora oggi tanti “sepolcri aperti” che continuano ad accogliere le vittime della violenza, dell’odio e, come sempre, anche quelle inevitabili e naturali o dovute a malattie o incidenti. Cosa significa dire “Cristo è risorto” in questo mondo? Penso che, prima di tutto, significa affermare e credere che Dio non sta dalla parte della morte. Non sta dalla parte della violenza, dell’oppressione, della guerra. Sta dalla parte di chi piange — come Maria. Sta dalla parte delle vittime, dei feriti, degli innocenti. La risurrezione non giustifica il dolore del mondo. Non lo spiega. Non lo rende accettabile. Ma afferma qualcosa di decisivo: il male e la morte non hanno l’ultima parola. E questo cambia tutto, anche se non cambia subito tutto. Perché significa che ogni gesto di vita — anche piccolo — non è inutile: chi salva, chi cura, chi resiste alla logica dell’odio, chi costruisce pace quando sembra impossibile…  tutto questo è già dentro la logica della risurrezione. Nel Vangelo, Gesù dice a Maria: “Va’ dai miei fratelli”. Cioè: non trattenere questo momento per te. La risurrezione non è qualcosa da conservare, ma da portare. E forse è proprio qui il punto più concreto della Pasqua: diventare, nel nostro piccolo, segni di vita dentro luoghi che sanno di morte. Non servono gesti eroici.

Serve iniziare dall’avere uno sguardo diverso, dal pronunciare parole che non feriscono, ma danno vita, dal compiere scelte capaci di costruire, non di distruggere. Vuol dire che oggi siamo qui per lasciarci chiamare per nome, come Maria. Perché la Pasqua accade davvero quando, in mezzo alle nostre notti, qualcuno ci chiama…
e noi, finalmente, riconosciamo che è Lui. E da quel momento, anche se il mondo resta complicato,
anche se le ferite non spariscono subito, una cosa cambia per sempre: sappiamo che la potenza di Dio è più forte di ogni male e della morte.