mercoledì 22 aprile 2026

TRIDUO PASQUALE 2026

 

MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

Come ogni anno, il triduo pasquale si apre con la storia del profeta Giona, che i primi cristiani hanno sempre letto come prefigurazione della passione, morte e risurrezione di Gesù. Del resto, fu Gesù lui stesso a dirlo:


“Come Giona rimase tre giorni nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra”.

La preghiera angosciata di Giona dentro il pesce richiama quella di Gesù nell’orto degli ulivi. E quel ventre diventa immagine del sepolcro: da lì Giona esce vivo, e da lì Gesù uscirà vincitore. È il segno che l’amore di Dio è più forte della morte, perché ci raggiunge anche nel sepolcro per tirarci fuori.

Ma c’è una differenza decisiva: quella di Gesù è una storia reale, quella di Giona è una parabola, scritta circa 400 anni prima, dopo l’esilio degli ebrei a Babilonia, in un tempo in cui il popolo ebraico, pur ritrovando l’unità nazionale, cominciò a reagire con l’odio verso tutti i popoli stranieri, considerati nemici da distruggere.

È lo stesso clima che Gesù troverà e contesterà, fino a esserne ucciso. Una mentalità che, purtroppo, dopo la tragedia della Shoah, si è radicalizzata in Israele nelle frange sioniste oggi al governo, provocando guerre, morte e distruzione.

Il libro di Giona nasce proprio contro questa logica: afferma che Dio è benevolo verso tutti i popoli, compassionevole verso i malvagi, paziente anche con i figli più testardi.

E infatti Giona questa cosa non la accetta.

Mandato a Ninive, città nemica, “nella tana del leone”, per offrire una possibilità di conversione ai suoi abitanti, si rifiuta. Non vuole che i nemici siano salvati. Gli dà fastidio, al punto da preferire morire. Fugge, accecato dal risentimento, fino a finire nella pancia del pesce, simbolo del regno dei morti.

Giona non accetta che Dio non abbia nemici, ma solo figli da amare: esattamente ciò che insegnerà Gesù.

Anche i suoi discepoli, infatti, si comportano come Giona: si addormentano, tradiscono, rinnegano, abbandonano. Non solo per paura, ma perché non accettano un Messia che va a morire invece di cacciare i romani. Poi però si convertiranno, come Giona.

Ed è per questo che oggi possiamo ripetere con forza – come papa Leone e il cardinal Pizzaballa da Gerusalemme continuano a dire – che:
“la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa o qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo. Dio è tra coloro che stanno morendo, che stanno male, che soffrono”.

Lo capissero i capi di Israele, ma anche i santoni dei paesi islamici e, ancor di più, i sedicenti cristiani che “sgovernano” Europa e America, invocando il Dio di Gesù mentre giustificano la guerra. Dio non ascolta le preghiere di chi ha le mani che grondano sangue, ha ripetuto il Papa con forza.

Eppure, guardando alla cronaca quotidiana – nelle scuole, nelle famiglie – dobbiamo essere onesti: il Vangelo fatica a incarnarsi anche in noi. Non basta essere battezzati e cresimati. Anche dentro di noi ci sono “travi” che ci impediscono di vedere e contrastare il male che si annida nei nostri paesi e nelle nostre città (pensiamo ai tanti episodi di cronaca nera che accadono nelle scuole, nelle strade, in molte famiglie).

Ma c’è una speranza: più si affievolisce la nostra fede, più resta salda quella di Dio in noi. Più noi smettiamo di credere nella potenza del suo amore, più Lui continua a credere nell’uomo. E l’eucaristia ne è la dimostrazione.

Si, perché, proprio perché, in questa notte, Gesù constata il fallimento della sua missione, ecco che istituisce l’eucaristia, per continuare a restare nel pane e nel vino sperando che noi, nutrendoci di Lui, possiamo continuare la sua opera.

Mi ha sempre colpito, a riguardo, questa frase, quando dice:
“Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio”.

Vuol dire che finché tutti gli uomini non saranno alla sua mensa, vivendo da figli e da fratelli, lui continuerà a essere presente nella storia: nei crocifissi, nei peccatori, negli esclusi.

Quando anche l’ultimo sarà a quella mensa, allora sarà il suo ritorno: Dio sarà tutto in tutti.

Nel frattempo, tocca a noi non ritardarlo: iniziare a vivere da figli e da fratelli, tra di noi e verso chi incontriamo, con la forza dell’eucaristia.

Quello che Gesù non ha compiuto nella sua vita terrena, lo affida ora a noi con la forza dell’eucaristia.

Davvero non poteva inventare nulla di più grande: l’eucaristia è la prova più concreta della fiducia che Dio continua ad avere nei suoi discepoli.

CELEBRAZIONE DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

Oggi la liturgia ci fa ascoltare parole antiche, scritte più di duemilacinquecento anni fa, in un tempo di distruzione, di esilio, di umiliazione. Mi riferisco alle due lunghe pagine del profeta Isaia. Il popolo di Israele, costretto all’esilio a Babilonia, aveva perso tutto: la terra, la libertà, la dignità. E proprio lì, nel punto più basso della sua storia, per mezzo del profeta Isaia, nasce una delle intuizioni più sconvolgenti della Bibbia: la figura del Servo del Signore. Questo Servo è un giusto. Non è un violento, non è un potente. Nel primo brano è uno che ascolta, uno che non si ribella, uno che subisce. “Ho presentato il dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.” Parole che non descrivono un’idea, ma un corpo. Un corpo colpito, umiliato, violato. E poi, nel secondo brano, c’è passo ulteriore: questo giusto non soffre solo. Soffre per gli altri, cioè al posto degli altri e per colpa degli altri: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze… è stato trafitto per le nostre colpe.” E questa sua sofferenza, non distrugge il mondo, ma lo salva. Mi spiego meglio. I primi cristiani hanno riconosciuto in queste parole il volto di Gesù. Nella sua passione e morte hanno rivisto in Gesù l’incarnazione di questo servo: il suo silenzio davanti agli accusatori, la violenza subita senza risposta, l’innocente condannato. Gesù non reagisce, non restituisce il male. Non chiama legioni di angeli. Non si difende. Assorbe. E perdona. E qui sta il punto decisivo, scandaloso, ma vero: il mondo continua a esistere non perché il male non ci sia, ma perché c’è qualcuno che lo prende su di sé senza restituirlo. Se ogni violenza generasse immediatamente altra violenza, se ogni offesa producesse vendetta, se ogni odio venisse restituito con odio, il mondo sarebbe già finito. Non esisterebbe più. Sarebbe esploso da tempo. Il timore è che, andando avanti di questo passo, vedendo come popoli e nazioni continuano a bombardarsi invocando vendetta, questo possa accadere. Ma non è così. Perché il crocifisso è risorto, cioè ha mostrato che la forza del bene è superiore a quella del male. E perché il crocifisso risorto continua a infondere imperterrito il suo Spirito per proseguire la sua opera attraverso quegli uomini e donne che disposti a portare il male degli altri senza rilanciarlo. Madri, padri, vittime silenziose, popoli interi schiacciati dalla storia. Il mondo va avanti perché, tragicamente, esistono questi servi. Davvero le parole di Isaia non sono lontane, ma terribilmente attuali. Descrivono volti concreti, oggi: bambini feriti, civili massacrati, corpi sfigurati dalla guerra, persone innocenti travolte da una violenza che non hanno scelto. Lo scandalo degli scandali è che tutto questo avvenga anche in quella terra e per mano dei governanti di quel popolo che per primo ha conosciuto l’esilio, l’oppressione, la violenza. E, ancora di più, che questa violenza, non solo non si cerchi di fermarla, ma venga sostenuta, giustificata, organizzata, dai governi dei paesi occidentali che si dichiarano cristiani e pensano di avere dalla loro parte proprio il Dio di Gesù, commettendo gli stessi orrori dei paesi islamici che, a loro volta, dicono di agire nel nome di Dio. Come se Dio fosse tifoso di una squadra contro l’altra. Ma Dio non è mai dalla parte della violenza. Dio è nel Servo. È nel Crocifisso e in tutti i crocifissi della storia. È sempre e solo dalla parte di chi subisce senza odiare. Chi uccide in nome di Dio dimostra di non conoscerlo. Anche oggi, possiamo constatare che non sono i criminali a fare le guerre di religione, ma i devoti. Non i delinquenti, ma gli uomini religiosi, come furono proprio uomini religiosi a volere la morte di Gesù. E ancora oggi, spesso, si uccide con più convinzione proprio quando si pensa di obbedire a Dio. Ma il Padre di Gesù non è neutrale: tra chi perseguita e chi è perseguitato, è sempre dalla parte dei perseguitati. Allora il Venerdì Santo non è solo memoria. È rivelazione. Cristo è il Salvatore non perché elimina il male con la forza, ma perché lo prende su di sé senza restituirlo. Così spezza la catena. E ogni volta che questo accade — ogni volta che qualcuno non risponde al male con il male — lì accade qualcosa di divino. Lì il mondo viene salvato, ancora una volta. La croce non è la celebrazione del dolore. È la rivelazione di una possibilità: che il male può essere fermato, non con altro male, ma con una vita che si offre.

VEGLIA PASQUALE

Le 6 letture dell’Antico Testamento che abbiamo ascoltato in questa Veglia sono la prova di quello che scrive san Paolo nella lettera ai Romani letta poco fa, cioè che Gesù, con la sua risurrezione, realizza tutte le promesse di Dio. “Nella rapida corsa di un’unica notte si avverano preannunci e fatti profetici di vari millenni: tutti i segni delle profezie antiche, oggi per noi si avverano in Cristo”. Così veniva cantato nel Preconio. Detto altrimenti: questa notte noi celebriamo il senso e il fine di tutta la storia del mondo, dell’umanità e di ciascuno di noi. Chi è Dio, chi siamo noi, qual è il senso della vita, verso dove stiamo andando. Vedendo come vanno le cose nel mondo, verrebbe da dire che stiamo andando verso il baratro, verso la distruzione di massa. E invece non è così: la successione dei vari momenti celebrativi in cui si articola questa veglia, riassunti e interpretati dal Preconio, ci mostrano esattamente il contrario, e cioè che la meta verso cui tende tutta la storia del mondo, e quindi anche la piccola breve o lunga storia di ciascuno di noi, è guidata, fin dall’inizio, fin dalla creazione, da una luce, quella simboleggiata dal cero pasquale. La luce che guidò Israele, pian piano (come ci hanno testimoniato le letture dell’AT che abbiamo ascoltato), a capire che Dio non è distante o fuori dal mondo, ma agisce nel mondo per creare armonia in mezzo alla disarmonia. Non ha creato un mondo perfetto, ma in continua evoluzione, trasformazione. La risurrezione di Gesù ci fa vedere che Dio è capace di trasformare e rendere nuove tutte le cose. Che se noi ci lasciamo guidare da quella colonna di fuoco che è lo Spirito santo, iniziamo a risorgere già adesso, pur dovendo passare attraverso il Mar Rosso. La risurrezione, quindi, è qualcosa che inizia già in questa vita. Per noi cristiani, il segno di questa rinascita, è Il Battesimo, e infatti tra qualche secondo la veglia ci fa compiere la commemorazione del Battesimo, perché il Battesimo è il segno che noi siamo già immersi nell’amore di questo Dio che fa nuove tutte le cose e ci sostiene con la forza dell’eucaristia che tra poco celebriamo. Con i doni del pane e del vino noi offriamo al Signore la nostra vita perché egli ce la ridoni trasformata nella sua stessa vita: nutrendoci di lui, egli si fonde con noi per farci diventare come lui, per farci risorgere fin da adesso ed essere portatori di speranza, pellegrini di speranza, in un mondo senza speranza. In che modo? Ce lo ricordava il profeta Isaia: “Cessate di fare il male, imparate a fare il bene”. Quindi, portando ordine nel disordine, vita dove c’è morte o, come diceva san Francesco, seminando amore dove c’è odio, perdono dove c’è offesa, gioia dove c’è tristezza. Cercando di consolare anziché essere consolati, di comprendere anziché essere compresi. Questo vuol dire vivere da risorti già in questa vita. Che, poi, è quello che vuol dire l’evangelista Matteo nel vangelo di questa notte. Vi siete mai chiesti perché alle donne viene detto che i discepoli avrebbero visto Gesù risorto in Galilea? (nei versetti successivi si dirà che lo avrebbero visto sul monte) Perché in Galilea, sul monte, Gesù aveva proclamato le beatitudini e insegnato come devono vivere i suoi discepoli. Vuol dire che Gesù risorto lo possiamo incontrare mettendo in pratica la sua Parola, il suo messaggio d’amore. Lo incontriamo perché, se facciamo così, saremo davvero beati. Il problema è che il messaggio di Gesù, agli occhi del mondo, appare perdente. Alla misericordia preferiamo la prepotenza, alla mitezza il dominio, alla giustizia il pensare solo ai propri interessi, alla pace la guerra. Fino ad arrivare alla suprema bestemmia pronunciata ieri da Trump che, con le mani sporche di sangue, senza vergogna ha osato fare gli auguri di Pasqua dicendo che “i cristiani di tutto il mondo possono vivere ogni giorno con la speranza nella promessa di Dio, sapendo che alla fine il male e la malvagità non prevarranno”. Ah beh, di questo ne siamo certi, peccato che la strada perseguita da Gesù non è stata quella di combattere e vincere il male provocando mali peggiori, ma prendendo il male su di sé senza restituirlo e dicendo che chi mette mano alla spada morirà di spada, dicendo di amare i nemici e benedire chi ti maledice. Evidentemente sono ancora in troppi i cristiani o presunti tali a non avere mai letto il vangelo. Il grande filosofo Nietsche scriveva la prova che Cristo non fosse risorto ce l’aveva tutte le volte che vedeva le facce dei cristiani quando uscivano di chiesa e il loro modo di comportarsi. L’augurio di Pasqua che faccio a me e a tutti voi, allora è questo: facciamo in modo di far vedere che Nietsche aveva torto!