MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE
Come ogni anno, il triduo pasquale si apre con la storia del profeta Giona, che i primi cristiani hanno sempre letto come prefigurazione della passione, morte e risurrezione di Gesù. Del resto, fu Gesù lui stesso a dirlo:
“Come Giona rimase tre giorni nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo
resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra”.
La preghiera angosciata di Giona dentro il pesce richiama
quella di Gesù nell’orto degli ulivi. E quel ventre diventa immagine del
sepolcro: da lì Giona esce vivo, e da lì Gesù uscirà vincitore. È il segno che
l’amore di Dio è più forte della morte, perché ci raggiunge anche nel sepolcro
per tirarci fuori.
Ma c’è una differenza decisiva: quella di Gesù è una storia
reale, quella di Giona è una parabola, scritta circa 400 anni prima, dopo
l’esilio degli ebrei a Babilonia, in un tempo in cui il popolo ebraico, pur
ritrovando l’unità nazionale, cominciò a reagire con l’odio verso tutti i
popoli stranieri, considerati nemici da distruggere.
È lo stesso clima che Gesù troverà e contesterà, fino a
esserne ucciso. Una mentalità che, purtroppo, dopo la tragedia della Shoah, si
è radicalizzata in Israele nelle frange sioniste oggi al governo, provocando
guerre, morte e distruzione.
Il libro di Giona nasce proprio contro questa logica:
afferma che Dio è benevolo verso tutti i popoli, compassionevole verso i
malvagi, paziente anche con i figli più testardi.
E infatti Giona questa cosa non la accetta.
Mandato a Ninive, città nemica, “nella tana del leone”, per
offrire una possibilità di conversione ai suoi abitanti, si rifiuta. Non vuole
che i nemici siano salvati. Gli dà fastidio, al punto da preferire morire.
Fugge, accecato dal risentimento, fino a finire nella pancia del pesce, simbolo
del regno dei morti.
Giona non accetta che Dio non abbia nemici, ma solo figli da
amare: esattamente ciò che insegnerà Gesù.
Anche i suoi discepoli, infatti, si comportano come Giona:
si addormentano, tradiscono, rinnegano, abbandonano. Non solo per paura, ma
perché non accettano un Messia che va a morire invece di cacciare i romani. Poi
però si convertiranno, come Giona.
Ed è per questo che oggi possiamo ripetere con forza – come
papa Leone e il cardinal Pizzaballa da Gerusalemme continuano a dire – che:
“la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa o qualsiasi altra
guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo. Dio è
tra coloro che stanno morendo, che stanno male, che soffrono”.
Lo capissero i capi di Israele, ma anche i santoni dei paesi
islamici e, ancor di più, i sedicenti cristiani che “sgovernano” Europa e
America, invocando il Dio di Gesù mentre giustificano la guerra. Dio non
ascolta le preghiere di chi ha le mani che grondano sangue, ha ripetuto il Papa
con forza.
Eppure, guardando alla cronaca quotidiana – nelle scuole,
nelle famiglie – dobbiamo essere onesti: il Vangelo fatica a incarnarsi anche
in noi. Non basta essere battezzati e cresimati. Anche dentro di noi ci sono “travi”
che ci impediscono di vedere e contrastare il male che si annida nei nostri
paesi e nelle nostre città (pensiamo ai tanti episodi di cronaca nera che
accadono nelle scuole, nelle strade, in molte famiglie).
Ma c’è una speranza: più si affievolisce la nostra fede, più
resta salda quella di Dio in noi. Più noi smettiamo di credere nella potenza
del suo amore, più Lui continua a credere nell’uomo. E l’eucaristia ne è la
dimostrazione.
Si, perché, proprio perché, in questa notte, Gesù constata
il fallimento della sua missione, ecco che istituisce l’eucaristia, per continuare
a restare nel pane e nel vino sperando che noi, nutrendoci di Lui, possiamo
continuare la sua opera.
Mi ha sempre colpito, a riguardo, questa frase, quando dice:
“Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al
giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio”.
Vuol dire che finché tutti gli uomini non saranno alla sua
mensa, vivendo da figli e da fratelli, lui continuerà a essere presente nella
storia: nei crocifissi, nei peccatori, negli esclusi.
Quando anche l’ultimo sarà a quella mensa, allora sarà il
suo ritorno: Dio sarà tutto in tutti.
Nel frattempo, tocca a noi non ritardarlo: iniziare a vivere
da figli e da fratelli, tra di noi e verso chi incontriamo, con la forza
dell’eucaristia.
Quello che Gesù non ha compiuto nella sua vita terrena, lo
affida ora a noi con la forza dell’eucaristia.
Davvero non poteva inventare nulla di più grande:
l’eucaristia è la prova più concreta della fiducia che Dio continua ad avere
nei suoi discepoli.
CELEBRAZIONE DELLA PASSIONE DEL SIGNORE
Oggi la liturgia ci fa ascoltare parole antiche, scritte più
di duemilacinquecento anni fa, in un tempo di distruzione, di esilio, di
umiliazione. Mi riferisco alle due lunghe pagine del profeta Isaia. Il popolo di
Israele, costretto all’esilio a Babilonia, aveva perso tutto: la terra, la
libertà, la dignità. E proprio lì, nel punto più basso della sua storia, per
mezzo del profeta Isaia, nasce una delle intuizioni più sconvolgenti della
Bibbia: la figura del Servo del Signore. Questo Servo è un giusto. Non è un
violento, non è un potente. Nel primo brano è uno che ascolta, uno che non si
ribella, uno che subisce. “Ho presentato il dorso ai flagellatori… non ho
sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.” Parole che non descrivono
un’idea, ma un corpo. Un corpo colpito, umiliato, violato. E poi, nel secondo
brano, c’è passo ulteriore: questo giusto non soffre solo. Soffre per gli altri,
cioè al posto degli altri e per colpa degli altri: “Egli si è caricato delle
nostre sofferenze… è stato trafitto per le nostre colpe.” E questa sua
sofferenza, non distrugge il mondo, ma lo salva. Mi spiego meglio. I primi
cristiani hanno riconosciuto in queste parole il volto di Gesù. Nella sua
passione e morte hanno rivisto in Gesù l’incarnazione di questo servo: il suo silenzio
davanti agli accusatori, la violenza subita senza risposta, l’innocente
condannato. Gesù non reagisce, non restituisce il male. Non chiama legioni di
angeli. Non si difende. Assorbe. E perdona. E qui sta il punto decisivo,
scandaloso, ma vero: il mondo continua a esistere non perché il male non ci
sia, ma perché c’è qualcuno che lo prende su di sé senza restituirlo. Se ogni
violenza generasse immediatamente altra violenza, se ogni offesa producesse
vendetta, se ogni odio venisse restituito con odio, il mondo sarebbe già
finito. Non esisterebbe più. Sarebbe esploso da tempo. Il timore è che, andando
avanti di questo passo, vedendo come popoli e nazioni continuano a bombardarsi
invocando vendetta, questo possa accadere. Ma non è così. Perché il crocifisso
è risorto, cioè ha mostrato che la forza del bene è superiore a quella del
male. E perché il crocifisso risorto continua a infondere imperterrito il suo
Spirito per proseguire la sua opera attraverso quegli uomini e donne che disposti
a portare il male degli altri senza rilanciarlo. Madri, padri, vittime
silenziose, popoli interi schiacciati dalla storia. Il mondo va avanti perché,
tragicamente, esistono questi servi. Davvero le parole di Isaia non sono
lontane, ma terribilmente attuali. Descrivono volti concreti, oggi: bambini
feriti, civili massacrati, corpi sfigurati dalla guerra, persone innocenti
travolte da una violenza che non hanno scelto. Lo scandalo degli scandali è che
tutto questo avvenga anche in quella terra e per mano dei governanti di quel
popolo che per primo ha conosciuto l’esilio, l’oppressione, la violenza. E,
ancora di più, che questa violenza, non solo non si cerchi di fermarla, ma venga
sostenuta, giustificata, organizzata, dai governi dei paesi occidentali che si
dichiarano cristiani e pensano di avere dalla loro parte proprio il Dio di Gesù,
commettendo gli stessi orrori dei paesi islamici che, a loro volta, dicono di agire
nel nome di Dio. Come se Dio fosse tifoso di una squadra contro l’altra. Ma Dio
non è mai dalla parte della violenza. Dio è nel Servo. È nel Crocifisso e in
tutti i crocifissi della storia. È sempre e solo dalla parte di chi subisce
senza odiare. Chi uccide in nome di Dio dimostra di non conoscerlo. Anche oggi,
possiamo constatare che non sono i criminali a fare le guerre di religione, ma
i devoti. Non i delinquenti, ma gli uomini religiosi, come furono proprio uomini
religiosi a volere la morte di Gesù. E ancora oggi, spesso, si uccide con più
convinzione proprio quando si pensa di obbedire a Dio. Ma il Padre di Gesù non
è neutrale: tra chi perseguita e chi è perseguitato, è sempre dalla parte dei
perseguitati. Allora il Venerdì Santo non è solo memoria. È rivelazione. Cristo
è il Salvatore non perché elimina il male con la forza, ma perché lo prende su
di sé senza restituirlo. Così spezza la catena. E ogni volta che questo accade
— ogni volta che qualcuno non risponde al male con il male — lì accade qualcosa
di divino. Lì il mondo viene salvato, ancora una volta. La croce non è la
celebrazione del dolore. È la rivelazione di una possibilità: che il male può
essere fermato, non con altro male, ma con una vita che si offre.
VEGLIA PASQUALE
Le 6 letture
dell’Antico Testamento che abbiamo ascoltato in questa Veglia sono la prova di
quello che scrive san Paolo nella lettera ai Romani letta poco fa, cioè che
Gesù, con la sua risurrezione, realizza tutte le promesse di Dio. “Nella rapida
corsa di un’unica notte si avverano preannunci e fatti profetici di vari
millenni: tutti i segni delle profezie antiche, oggi per noi si avverano in
Cristo”. Così veniva cantato nel Preconio. Detto altrimenti: questa notte noi
celebriamo il senso e il fine di tutta la storia del mondo, dell’umanità e di
ciascuno di noi. Chi è Dio, chi siamo noi, qual è il senso della vita, verso
dove stiamo andando. Vedendo come vanno le cose nel mondo, verrebbe da dire che
stiamo andando verso il baratro, verso la distruzione di massa. E invece non è
così: la successione dei vari momenti celebrativi in cui si articola questa
veglia, riassunti e interpretati dal Preconio, ci mostrano esattamente il
contrario, e cioè che la meta verso cui tende tutta la storia del mondo, e
quindi anche la piccola breve o lunga storia di ciascuno di noi, è guidata, fin
dall’inizio, fin dalla creazione, da una luce, quella simboleggiata dal cero
pasquale. La luce che guidò Israele, pian piano (come ci hanno testimoniato le
letture dell’AT che abbiamo ascoltato), a capire che Dio non è distante o fuori
dal mondo, ma agisce nel mondo per creare armonia in mezzo alla disarmonia. Non
ha creato un mondo perfetto, ma in continua evoluzione, trasformazione. La
risurrezione di Gesù ci fa vedere che Dio è capace di trasformare e rendere
nuove tutte le cose. Che se noi ci lasciamo guidare da quella colonna di fuoco
che è lo Spirito santo, iniziamo a risorgere già adesso, pur dovendo passare
attraverso il Mar Rosso. La risurrezione, quindi, è qualcosa che inizia già in
questa vita. Per noi cristiani, il segno di questa rinascita, è Il Battesimo, e
infatti tra qualche secondo la veglia ci fa compiere la commemorazione del
Battesimo, perché il Battesimo è il segno che noi siamo già immersi nell’amore
di questo Dio che fa nuove tutte le cose e ci sostiene con la forza
dell’eucaristia che tra poco celebriamo. Con i doni del pane e del vino noi
offriamo al Signore la nostra vita perché egli ce la ridoni trasformata nella
sua stessa vita: nutrendoci di lui, egli si fonde con noi per farci diventare
come lui, per farci risorgere fin da adesso ed essere portatori di speranza,
pellegrini di speranza, in un mondo senza speranza. In che modo? Ce lo
ricordava il profeta Isaia: “Cessate di fare il male, imparate a fare il bene”.
Quindi, portando ordine nel disordine, vita dove c’è morte o, come diceva san
Francesco, seminando amore dove c’è odio, perdono dove c’è offesa, gioia dove
c’è tristezza. Cercando di consolare anziché essere consolati, di comprendere
anziché essere compresi. Questo vuol dire vivere da risorti già in questa vita.
Che, poi, è quello che vuol dire l’evangelista Matteo nel vangelo di questa
notte. Vi siete mai chiesti perché alle donne viene detto che i discepoli
avrebbero visto Gesù risorto in Galilea? (nei versetti successivi si dirà che
lo avrebbero visto sul monte) Perché in Galilea, sul monte, Gesù aveva
proclamato le beatitudini e insegnato come devono vivere i suoi discepoli. Vuol
dire che Gesù risorto lo possiamo incontrare mettendo in pratica la sua Parola,
il suo messaggio d’amore. Lo incontriamo perché, se facciamo così, saremo
davvero beati. Il problema è che il messaggio di Gesù, agli occhi del mondo,
appare perdente. Alla misericordia preferiamo la prepotenza, alla mitezza il
dominio, alla giustizia il pensare solo ai propri interessi, alla pace la
guerra. Fino ad arrivare alla suprema bestemmia pronunciata ieri da Trump che,
con le mani sporche di sangue, senza vergogna ha osato fare gli auguri di
Pasqua dicendo che “i cristiani di tutto il mondo possono vivere ogni giorno
con la speranza nella promessa di Dio, sapendo che alla fine il male e la
malvagità non prevarranno”. Ah beh, di questo ne siamo certi, peccato che la
strada perseguita da Gesù non è stata quella di combattere e vincere il male
provocando mali peggiori, ma prendendo il male su di sé senza restituirlo e
dicendo che chi mette mano alla spada morirà di spada, dicendo di amare i
nemici e benedire chi ti maledice. Evidentemente sono ancora in troppi i
cristiani o presunti tali a non avere mai letto il vangelo. Il grande filosofo
Nietsche scriveva la prova che Cristo non fosse risorto ce l’aveva tutte le
volte che vedeva le facce dei cristiani quando uscivano di chiesa e il loro
modo di comportarsi. L’augurio di Pasqua che faccio a me e a tutti voi, allora
è questo: facciamo in modo di far vedere che Nietsche aveva torto!