sabato 28 marzo 2026

29/03/26 DOMENICA DELLE PALME (MESSA DEL GIORNO E MESSA CON PROCESSIONE)

 MESSA DEL GIORNO

Il gesto di Maria che profuma i piedi di Gesù è così importante che nei vangeli di Matteo e di Marco Gesù dice: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero sarà detto anche ciò che essa ha fatto. Perché è così importante? Cerchiamo di capirlo. La scena si svolge a Betania, la casa di Marta,

Maria e Lazzaro, durante una cena in cui si festeggia la risurrezione di Lazzaro. Ma questa cena, non è altro che l’eucaristia. Infatti, se notate, Lazzaro è l’unico personaggio che non parla, non agisce, non versa profumo come Maria, non si mette a servire come Marta: non fa nulla. Può solo contemplare in silenzio le meraviglie che il Signore ha operato in lui. Perché? Perché è risorto. L’evangelista vuole dirci che, quando celebriamo l’eucaristia, i nostri defunti sono presenti, sono qui con noi a rendere grazie al Dio della vita. Marta che serve è la discepola di Gesù che ormai è diventata come Gesù, ad indicare che lo scopo della nostra partecipazione alla cena eucaristica è nutrirci di Gesù che vuol farci diventare come lui. Maria, invece, cosparge i piedi di Gesù con una quantità industriale di nardo. Nel Cantico dei Cantici, la sposa del re spande il profumo di nardo sul re come segno d’amore. Ebbene, dopo la risurrezione di Lazzaro, Maria ha capito che quello che è accaduto a suo fratello accade a tutti quelli che aderiscono a Gesù: viene donata una vita più forte della morte. E allora, Maria risponde con un amore smisurato all’amore senza misura di Gesù. E’ questa la condizione necessaria che permette all’eucaristia di portare frutti nella nostra vita: parteciparvi con l’amore di Maria verso Gesù. Di contro, in mezzo a questa comunità che festeggia il dono di una vita che ha superato la morte, c’è anche un morto, e questo morto è Giuda, perché non capisce cosa ci sia da celebrare, preferisce il denaro all’amore, non ha ancora capito che la gioia dipende non da ciò che si ha, ma da ciò che si dona. Infatti, mentre Maria dona quello che ha, Giuda è ladro, perché prende per sé quello che è degli altri. Però faceva il moralista: tuona contro i vizi degli altri per nascondere i propri. Si scandalizza che tutto quel profumo non si fosse venduto per darlo in elemosina ai poveri, al che Gesù gli ricorda che la sua presenza continuerà nei poveri che la comunità dovrà imparare ad accogliere. È l’immagine della Chiesa, sposa di Cristo, che vive l’eucaristia come il momento supremo nel quale lasciarci inondare dal profumo dell’amore di Dio, rispondendo con altrettanto amore. Unica condizione per uscire di chiesa talmente profumati da attrarre a nostra volta un gran numero di persone, come accadde a Betania. Un estraneo che entrasse in chiesa adesso o chi verrà nei prossimi giorni solo per tradizione, sentirebbe questo profumo guardando i nostri volti, sentendo come cantiamo e partecipiamo alla Messa? E chi ci incontra uscendo di chiesa sentirebbe questo profumo vedendo i nostri volti e il nostro modo di vivere? Ebbene, per poter diventare persone che, come Maria, sprigionano amore, dobbiamo raccogliere l’invito dell’autore della lettera agli Ebrei quando dice: deponete il peso del peccato e correte tenendo fisso lo sguardo su Gesù. Che è ciò che faremo nei prossimi giorni. Qual è il problema? Che parrebbe difficile riuscire ad innamorarsi di uno come Gesù, perché, nei prossimi giorni di questa Settimana Santa che oggi cominciamo, contempleremo Gesù nel modo descritto dal profeta Isaia nella lunga pagina che abbiamo letto prima, dove viene descritto come l’uomo dei dolori che ben conosce il patire, un uomo sfigurato, maltrattato, umiliato, disprezzato, come pecora condotta al macello. E infatti, di lui, il profeta dice: non ha apparenza e bellezza da attirare gli sguardi e la stima, non ha splendore per poterci piacere. Si, perché noi siamo attirati dalla forza, non da chi appare debole, inerme, sconfitto. Se al bene noi spesso preferiamo il male, non è perché siamo cattivi, ma perché pensiamo che il male sia più forte del bene. Quando chi è buono non è anche più forte di chi è cattivo, non lo giudichiamo un eroe, ma uno che fa solo ridere e da commiserare. Del resto, perché a Gesù di Nazareth preferirono il brigante forte e astuto? Perché, in un’azienda, chi non è furbo e prepotente non è stimato? Per la legge del più forte, quella che sembra governare il mondo! E dunque come si fa ad essere attratti dall’uomo dei dolori che prende il male su di sé senza restituirlo, che proclama beato chi si fa povero, che dice la gioia non è in quello che si ha, ma in ciò che si dà? Come si fa ad essere attratti da uno che invece di comportarsi da lupo che sbrana gli agnelli, diventa un agnello che si fa sbranare dai lupi, e dice anche a noi di fare lo stesso? Eppure, il comando di Gesù “fate questo in memoria di me” significa: vivete anche voi così, come me. Ecco la sfida del cristianesimo, ecco la sfida di Gesù: proprio perché siamo attratti dalla forza, Gesù, con la sua risurrezione, ci mostra che è il bene ad essere più forte del male, più forte della morte, come il profumo di nardo cosparso da Maria, perché, in realtà, non è la legge del più forte, ma la legge dell’amore quella che governa il mondo. Se così non fosse, guardando come va il mondo, il mondo non ci sarebbe più da tempo. Le celebrazioni dei prossimi giorni mettono al centro questa verità che noi celebriamo in ogni eucaristia. Per questo sono così importanti.

MESSA CON PROCESSIONE

Se proviamo davvero ad entrare nella scena del vangelo che abbiamo anche rivissuto prima con la processione, quella di oggi, solo in apparenza ha il sapore della festa. Per quale motivo la folla, quando Gesù entra a Gerusalemme, sventola rami di palma gridando osanna, e poi, qualche giorno dopo, griderà a Gesù: sia crocifisso? Semplice: perché avevano capito niente di Gesù. I rami di palma erano un segno di vittoria che si offrivano al re vittorioso, e la gente pensava che Gesù fosse il Messia che entrava in Gerusalemme per fare la rivoluzione, per guidare la rivolta contro i romani e ricostruire il Regno di Israele. Infatti, gli gridano: Osanna (che vuol dire salvaci, Signore), e chiamano Gesù il Re di Israele. Quando si accorgeranno che le cose non stavano così, rimarranno delusi, capiranno che avevano sbagliato personaggio. Eppure, Gesù aveva fatto sempre di tutto per evitare che la gente fraintendesse. Anche quel giorno. Era entrato seduto su un asinello, non su un cavallo. Aveva realizzato le parole del profeta Zaccaria che abbiamo riascoltato anche nella prima lettura che parlavano della venuta di un re di pace, che non avrebbe usato la violenza. Pensate la solitudine di Gesù, quel giorno, per non parlare dei giorni successivi. Si accorse che né la folla, ma neanche i suoi discepoli, avevano capito niente di lui. Avrà pensato: lasciamo che, per ora, mi chiamino re, poi capiranno che, se ora il mio trono è quello di un asino, di un animale che si mette al servizio di tutti, e tra qualche giorno il mio trono sarà la croce, segno dell’amore che va fino alla fine, vuol dire che magari capiranno che Dio è un re che usa il suo potere in un modo diverso da quello che pensano loro. Lasciamo che gridino Osanna, e magari capiranno che Dio è colui che usa il suo potere per salvare l’uomo dal suo egoismo, dalla sua sete di dominare, e renderlo capace di amare, di un amore che supera anche la morte. Capiranno? Mah, forse, chissà… In realtà, scrive l’evangelista, lo capiranno, si, ma solo dopo la sua morte e risurrezione. E noi, a distanza di anni, abbiamo capito oppure no? Beh, i riti della Settimana Santa servono proprio a questo. E vanno vissuti nella loro interezza, perché sono come un’unica celebrazione distribuita su più giorni, i giorni del Triduo pasquale. È vietato, almeno per noi oggi, ripresentarci in chiesa domenica prossima, a Pasqua, senza aver vissuto le celebrazioni del giovedì e del venerdì. Vissute, naturalmente, non come spettatori, ma identificandoci in tutti i personaggi che Gesù incontrerà: la folla, gli apostoli durante l’ultima cena e nell’orto degli ulivi, Pietro, Giuda, i soldati, i capi religiosi, Ponzio Pilato. Chiamati a domandarci: ma io ho capito chi è Gesù? chi è il Dio che Gesù ci ha fatto vedere, così diverso da quello che ho in mente io? Perché, vedete, noi pensiamo si sapere già come va a finire la storia, e sappiamo che va a finire bene, ma abbiamo bisogno che questi eventi si incarnino nella nostra esistenza, che non restino dei riti, e questo è un percorso che dura tutta l’esistenza. Per questo ogni anno si ripetono.