Come ogni anno, la liturgia della seconda domenica di Quaresima ci conduce al pozzo di Giacobbe in compagnia della samaritana per attingere acqua, per placare la nostra sete di gioia. Ogni anno arriviamo al pozzo con la nostra brocca piena di stanchezze, incoerenze, paure, relazioni complicate, problemi di
ogni sorta. E ogni volta, al pozzo, ritroviamo sempre Gesù che, come prima cosa, ci chiede: “Dammi da bere”. È strano. Siamo noi ad avere bisogno. Siamo noi quelli assetati. E invece è Lui che chiede. Ma come possiamo dargli da bere se la nostra brocca è vuota o, meglio, piena dei nostri limiti, delle nostre difficoltà e anche delle trasgressioni a quei 10 comandamenti che abbiamo riascoltato prima? In particolare, il primo, il più importante, perché da questo dipendono gli altri: “Non avrai altro Dio all’infuori di me, perché sono io il Signore che ti ho fatto uscire dalla schiavitù nel paese d’Egitto. Perciò, sono io il Dio affidabile, tutti gli altri sono falsi dei, sono idoli”. Tradotto: non mettere al centro della tua vita qualcosa che non può salvarti. Noi non adoriamo statue. Ma mettiamo al centro tante altre cose. Il lavoro. L’immagine che diamo agli altri. I soldi. Le nostre idee.
Il bisogno di avere sempre ragione. Ci promettono sicurezza, felicità,
stabilità. Ma quando arrivano le difficoltà, non reggono. Un idolo è questo:
qualcosa a cui chiediamo quello che solo Dio può dare. Anche la samaritana
aveva cercato altrove la sua felicità. Aveva sete di amore, ma continuava a
bere acqua che non dissetava. E i suoi cinque mariti, più uno che ancora non lo
era, rappresentano le statue di pietra che i samaritani adoravano sui monti e
sui colli dove avevano costruito i loro templi. Forse, allora, è per questo
che, davanti al pozzo, è il Signore il primo a chiedere di dargli da bere:
perché ci accorgiamo di avere ben poco da dargli, e così arrivare a scoprire
che, se conoscessimo davvero chi è il Signore, capiremmo qual è il grande dono
che solo lui e nessun altro idolo o nessun altro dio può farci: quello di
un’acqua che diventa in noi “una sorgente che zampilla per la vita eterna”. Di
cosa si tratta? Non è un’acqua materiale. È lo Spirito Santo. È la vita di Dio
dentro di noi. Che “zampilla”, cioè che non ristagna, come quella di un pozzo. Vuol
dire che Dio non è una medaglietta da tenere al collo, ma una forza interiore
che ti cambia piano piano. Non ti toglie i problemi. Ma cambia il modo di
viverli. Ti fa capire che il tuo valore non dipende solo dai risultati. Che i
tuoi errori non sono tutta la tua identità. Che anche nelle difficoltà non sei
solo. Questa è la “vita eterna”: non solo quella dopo la morte, ma una vita
diversa già adesso. Una vita abitata da Dio. Poi Gesù dice: “I veri adoratori
adoreranno il Padre in Spirito e verità.” La donna parlava di luoghi: meglio
questo monte o Gerusalemme? Gesù dice: non è una questione di posto. È una
questione di cuore. “In Spirito” significa: lasciarsi guidare dallo Spirito
Santo, non vivere la fede come un’abitudine fredda, ma come una relazione viva.
“In verità” significa: non inventarsi un Dio su misura, un Dio che dice sempre
sì a quello che penso io, ma il Padre che Gesù ci ha mostrato. Allora anche la
preghiera cambia: non serve a farci sentire bravi, non è per “comprare” Dio, ma
per stare con lui.
San Paolo, nella Lettera agli Efesini, prega perché
si illuminino “gli occhi del cuore”. È un’espressione bellissima. Vuol dire:
che possiamo vedere davvero. Che possiamo accorgerci che Dio c’è, nella nostra
vita concreta. La fede non è solo sapere che Dio esiste. È riconoscere la sua
presenza nella mia storia, oggi.
Allora la Quaresima non è una gara estenuante a chi rinuncia
di più. È tornare alla sorgente. È chiederci con sincerità: cosa sto mettendo
al centro della mia vita? di chi mi fido davvero? a chi chiedo la mia felicità?
Possiamo fare tante cose “per” Dio. Ma il Vangelo non ci dice di fare le cose
“per” Dio, ma a vivere “con” Dio. allora, questa settimana, la cosa più
importante non sarà fare di più, ma fermarci un momento al pozzo.
E lasciare che sia Lui a parlarci.