martedì 17 marzo 2026

15/3/26 IV DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

La liturgia di questa domenica è tutta attraversata da un filo luminoso. La prima lettura racconta il curioso episodio di Mosè che scende dal monte dopo aver parlato con Dio, e il suo volto risplende di luce, tanto che la gente ha quasi paura a guardarlo e, allora, Mosè si mette un velo sul volto. San Paolo, 

nel brano ai Corinti, proprio riferendosi a questo episodio, lo interpreta pensando a Gesù, e dice: chi incontra Cristo riflette, come in uno specchio, la gloria del Signore e viene trasformato nella stessa immagine. La riprova è che, nel vangelo, c’è un uomo cieco fin dalla nascita che, dopo l’incontro con Gesù, guarisce, vede la luce, e i vicini, che lo avevano sempre visto mendicare, si chiedono: ma è lui o non è lui? Appunto, perché chi davvero incontra il Signore, questo incontro lo trasforma, lo cambia, anche fisicamente, un po’ come quando uno si innamora e glielo si vede negli occhi. I vangeli non fanno altro che raccontare come cambia la vita a quelli che incontrano Gesù e lo riconoscono come Dio, ma parlano anche di quelli che, invece, restano come prima o, addirittura, lo osteggiano fino ad arrivare a volerne la morte. Detto altrimenti: c’è chi, incontrando Gesù, viene trasformato perché comincia a vedere le cose in un modo nuovo, e chi continua a restare cieco. Che poi è il sunto del racconto evangelico di oggi, già anticipato da quello di domenica scorsa, quando Gesù, a un certo punto, dice apertamente ai suoi oppositori di essere ciechi, perché credono in un dio che non è Dio, ma il diavolo, e li accusa di essere figli di questo dio, perché sono assassini come lui, schiavi del peccato. Attenzione, del peccato, non dei peccati. Il peccato, nel vangelo di Giovanni, non è un’offesa a Dio o un’azione cattiva, ma è la non conoscenza di Dio o, peggio ancora, pensare Dio in modo sbagliato. Pensare Dio come un legislatore e un giudice che premia i giusti e punisce i peccatori: chi crede in un Dio così, si sente a sua volta giustificato a fare altrettanto verso gli altri, a non cercare il loro bene, ma a cercare i colpevoli. Infatti, l’episodio del cieco comincia così: Gesù passa e vede un uomo cieco che ha bisogno, tutti gli altri vedono solo un mendicante cieco dalla nascita e l’unica cosa che sanno fare non è come aiutarlo, ma cercare un colpevole. Siccome, a quei tempi, si pensava che la malattia fosse il castigo che Dio dava a chi commetteva i peccati, se uno era cieco dalla nascita, l’unica preoccupazione era chiedersi se stesse scontando i peccati dei suoi genitori, nonni o bisnonni. Fine del discorso. Gesù taglia subito la testa al toro e dice: non ha peccato né lui né i suoi genitori, quindi vuol dire che Dio non castiga nessuno, ma è cieco perché in lui si rivelino le opere di Dio, cioè è cieco perché qualcuno si prenda cura di lui con la forza che viene da Dio che vuole la vita degli uomini, perché è Dio è Padre. Chi crede in questo Dio vede la luce, vede sé stesso, Dio, gli altri in un modo nuovo, e diventa a sua volta luminoso, diverso, anche nello sguardo, negli occhi, nel modo di parlare e di comportarsi, come un innamorato, mentre chi crede in un altro Dio resta cieco, cupo, chiuso, orso, incattivito. Il punto è: quando, con onestà, uno può dire di aver incontrato Gesù e non un’immagine distorta di Gesù e quindi di Dio? Se Gesù è risorto, vuol dire che noi possiamo incontrare solo il suo Spirito che abita in noi e che continua ad agire nei sacramenti che riceviamo e ascoltando la sua Parola, quindi lo possiamo incontrare solo coltivando la nostra vita interiore. E quando questo lavoro interiore man mano ci conduce ad essere portatori di speranza in un mondo senza speranza, capaci di fare il bene in mezzo al male, ad avvertire la gioia nel vivere le beatitudini, a guardare la morte del corpo come un passaggio verso la risurrezione, allora, forse, potremo dire di avere incontrato il Signore. Certi che chi, invece, semina discordia, cerca la pace e la giustizia lanciando bombe intelligenti che, purtroppo, come effetto collaterale, uccidono migliaia di innocenti, chi continua a giustificare guerre ingiustificabili rendendosi complice del male, non solo non ha incontrato il Dio di Gesù, ma se addirittura asserisce di agire nel suo nome, è sicuramente figlio del diavolo, come tutti gli altri che non credono nel Dio di Gesù. Non dimentichiamoci, e concludo: i primi cristiani chiamavano il Battesimo fotismòs, illuminazione. I battezzati venivano chiamati gli illuminati. La guarigione del cieco nato, in fondo, è una grande immagine del Battesimo. Il cieco nato rappresenta noi che non sappiamo chi è Dio, chi siamo noi, chi sono gli altri, che senso ha la vita. L’immersione del cieco nella piscina di Siloe è immagine del Battesimo, perché battesimo vuol dire essere immersi nell’amore di Dio, un amore che, se accolto, trasforma la vita, il modo di pensare e di vivere, ci fa risorgere, ci fa diventare come lui, guarisce la cecità perché ci rivela chi è Dio, chi siamo noi, chi sono gli altri, qual è il senso della vita. E se la Quaresima è il cammino che serve per farci riscoprire la bellezza e le conseguenze del nostro Battesimo, penso che le letture di oggi e questo vangelo siano davvero di grande aiuto per tutti noi.