domenica 8 marzo 2026

8/3/26 III DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A

A volte siamo così presi dai nostri problemi personali da rischiare di dimenticare che il mondo non comincia e non finisce nel piccolo orticello della nostra vita. Ma poi arrivano le notizie che ci scuotono: i conflitti, le guerre assurde che continuano a insanguinare la terra, le immagini delle vittime, la paura 

per il futuro. E allora ci accorgiamo che quello che accade nel mondo ci riguarda tutti e suscita dentro di noi rabbia, angoscia, senso di impotenza.

Proprio per questo la Quaresima è un tempo prezioso. Nacque come il cammino finale dei catecumeni che si preparavano a ricevere nella notte di Pasqua il Battesimo, la Cresima e l’Eucaristia. Per noi, invece, è il tempo favorevole per riscoprire cosa significa essere cristiani, cosa significa essere discepoli di Gesù. Perché se i misteri della fede che celebriamo non rinnovano il nostro cuore e il nostro sguardo, se non ci rendono davvero pellegrini di speranza, allora dobbiamo chiederci: a cosa serve essere battezzati? A cosa serve ritrovarci qui a celebrare l’Eucaristia?

Tra i tanti temi delle letture di oggi, il Vangelo ne mette in luce uno molto forte. Gesù rivolge ai suoi oppositori parole durissime:
«Voi avete per padre il diavolo… egli è menzognero e padre della menzogna».

Sono parole che smascherano una logica che attraversa tutta la storia umana: la menzogna che giustifica la violenza, l’idea che l’altro sia un nemico da eliminare, l’illusione che il potere e la forza possano costruire il futuro.

Gesù invece rivela la verità più semplice e più rivoluzionaria: Dio è Padre, noi siamo figli e gli altri sono fratelli e sorelle. Non persone da eliminare, ma persone di cui prendersi cura. Quando questa verità viene negata, la storia dell’umanità si riempie di tragedie. Questo è il Dio nel quale, per primo, Abramo credette. Perciò, i veri figli di Abramo, conclude Gesù, non sono quelli che discendono da lui, ma che hanno la stessa fede di Abramo e, quindi, compiono le sue stesse opere, cioè vivono come fratelli.

Pensate la drammatica attualità di queste parole.

Figli di Abramo, quali sono ebrei, cristiani e musulmani che, invece di riconoscersi figli di un unico Padre e vivere come fratelli, si scannano tra di loro, invocando lo stesso Dio e ammazzandosi nel nome dello stesso Dio. E’ la più grande bestemmia della storia che continua a perpetrarsi. E perché accade? Appunto perché, dice Gesù, questo Dio non è il Padre, ma il diavolo, padre, si, ma della menzogna.

Il Dio dal quale sedicenti cristiani evangelici chiedono la benedizione su Trump per esportare democrazia in Iran; il Dio dei sionisti ebrei come Nethaniau che vuole lo sterminio dei palestinesi; il Dio dei governanti cristiani europei che non contrastano questa logica, rendendosi complici; il Dio invocato dai cristiani russi contro i cristiani ucraini, e viceversa; il Dio dei dittatori degli stati islamici e di Hamas che vorrebbe conquistare il mondo, in nome del quale si foraggiano terroristi e si ledono i diritti fondamentali degli uomini… si, è lo stesso Dio, cioè, dice Gesù, il diavolo.

Pensate al paradosso. Oggi è l’8 marzo, la Festa della Donna. Meglio sarebbe chiamarla la giornata internazionale della donna, una giornata che serve per ricordare e denunciare come ancora oggi sono tanti paesi del mondo dove la dignità e i diritti delle donne sono ancora messi sotto i piedi. Uno dei tanti motivi per cui è stata fatta questa nuova terribile guerra in Iran sarebbe quella di liberare le donne da una dittatura che soffoca i diritti delle donne (a questa stregua la guerra andrebbe fatta a tantissimi altri paesi). La tragica ironia che non fa che confermare l’ipocrisia di chi usa questi principi per giustificare la violenza, e che non fa che dare ragione a Gesù, cioè che se rifiutiamo la verità che Dio è Padre e noi siamo fratelli, in realtà siamo tutti figli, non di Abramo, ma del diavolo, è che le prime vittime di questa guerra di liberazione sono state proprio tante piccole donne, le tante bambine di un asilo in Iran che è stato bombardato, senza contare il numero incredibile di donne di bambini e naturalmente di uomini civili che ancora ci saranno e che già ci sono stati in questi anni di guerre.

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. La Bibbia è molto realistica su questo. Nella prima lettura, dal libro dell’Esodo, il Signore stesso riconosce che il suo popolo è «un popolo dalla dura cervice». Non idealizza l’umanità, non finge che tutto vada bene. Il problema è che, ancora oggi, dopo millenni, questa storia continui a ripetersi.

Qualche giorno fa, nel Duomo di Milano, durante un momento di preghiera per la pace, l’Arcivescovo ha espresso questo sentimento con parole molto forti: «I potenti della terra sembrano impegnati a procurarsi e a procurare infelicità ai popoli di tutta la terra e noi siamo qui con la nostra impotenza a intercedere per la pace disarmata, ma incapace di essere disarmante».

E ancora:
«Si accumulano sulla faccia della terra vittime senza numero, senza nome, vittime della violenza, delle bombe… e la morte è l’unico esito di questo assurdo sperpero di ogni risorsa».

Sono parole che descrivono bene il senso di smarrimento che molti provano oggi. Ma l’Arcivescovo ha ricordato anche perché i cristiani si radunano a pregare. Ha detto:
«Siamo qui a dichiarare l’intenzione di percorrere la via improbabile percorsa da Gesù: non essere contro nessuno ed essere a favore di tutti».

È una strada che sembra fragile, quasi impossibile. Eppure, è proprio la strada del Vangelo.

Perché c’è una catena della guerra che rende prigionieri della violenza, dell’odio e della vendetta. Ma esiste anche un’altra catena: la catena della pace. È la catena di tutti quelli che pregano, che scelgono la riconciliazione, che rifiutano di alimentare l’odio.

I cristiani non si fermano al senso di impotenza, perché pregano. E pregando non chiedono a Dio di fare quello che noi non riusciamo a fare; chiedono piuttosto il dono dello Spirito per capire quali strade percorrere.

Forse non riusciremo a disarmare i potenti della terra. Ma con forza e decisione, almeno possiamo e dobbiamo denunciare questo scempio, e dire: noi non ci stiamo! E poi, possiamo e dobbiamo cominciare a disarmare noi stessi: disarmare le nostre parole, i nostri giudizi, le nostre chiusure.

Possiamo e dobbiamo imparare a guardare negli occhi le persone che incontriamo, riconoscendo in ciascuno un fratello, una sorella.

Perché la pace, comunque, comincia da qui: da cuori che si lasciano convertire alla verità del Vangelo.
La verità che Gesù oggi ci ricorda: Dio è Padre, e l’umanità intera è chiamata a diventare una sola famiglia.

E chi, se non almeno noi che ci proclamiamo discepoli di Gesù, dobbiamo proclamare questa verità, per essere, davvero, nel mondo pellegrini di speranza, operatori di pace, affamati e assetati di giustizia?