Ci sono stagioni della vita in cui tutto vacilla: arrivano domande sul senso del dolore, della malattia, della morte; ci chiediamo se stiamo andando nella direzione giusta, dove sia la felicità. In quei momenti vorremmo solo fermarci, fare silenzio, capire.
Ebbene, i simboli che contraddistinguono la Quaresima che oggi iniziamo esprimono precisamente questo stato d’animo che tante volte ci assale.
Primo fra tutti il colore viola della liturgia, che non è un
colore molto allegro. Però, fra 40 giorni questo colore si trasformerà in
bianco, il colore della risurrezione. Infatti, la Quaresima è il tempo che
precede la Pasqua, e questa è già una prima indicazione importante: la meta
della nostra vita non è il cimitero, ma la risurrezione, e la risurrezione è un
processo di trasformazione che deve cominciare già in questa nostra vita
terrena.
L’altro simbolo, collegato a questo, è quello delle ceneri.
Ci ricordano che siamo fragili, sì. Ma un tempo la cenere veniva sparsa nei
campi per renderli più fertili. Sul nostro capo diventa il segno di un
desiderio: lasciare che la Parola di Dio e il suo Spirito rendano più feconda
la nostra vita, facciano fiorire forme nuove di amore. Per questo, mentre
vengono deposte sul capo, viene ripetuto l’invito: “Convertitevi e credete al
Vangelo”. Solo fidandoci della sua Parola il viola può diventare bianco.
Il terzo simbolo è quello del deserto. Luogo di prova, di
essenzialità. Nel deserto si capisce cosa conta davvero. Gesù è tentato a non
mostrare il vero volto di Dio, ma ad assecondare le aspettative di tutti. La
cosa interessante è che Gesù è tentato non prima, ma dopo aver pregato e
digiunato per 40 giorni e 40 notti: vuol dire che sono la preghiera e il
digiuno a dargli la forza di non deviare strada. Comunque, su questo brano
evangelico mi soffermerò domani sera durante la celebrazione penitenziale come
esame di coscienza per vivere poi con frutto le confessioni individuali,
raccogliendo l’appello di San Paolo che abbiamo ascoltato nell’epistola e che
ci viene rivolto non alla fine, ma all’inizio della Quaresima: vi supplichiamo
in nome di Cristo, lasciatevi riconciliare con Dio.
Se questi, dunque, sono i tre simboli della Quaresima (il
colore viola, le ceneri, il deserto), i tre mezzi che la Quaresima ci offre per
attraversare i deserti della nostra vita e uscirne vivi sono la preghiera, il
digiuno e la carità.
Il digiuno non è una dieta spirituale né un esercizio per
perdere qualche chilo. È una “rinuncia salutare”, qualcosa di positivo, che fa
bene allo spirito e al corpo: togliere qualcosa, anche di lecito, per fare
spazio a ciò che conta di più. Gesù lo ricorda con parole chiarissime: non di
solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Digiunare significa creare un vuoto perché la Parola di Dio possa riempirlo.
E questo ci porta alla preghiera. Trovare un tempo vero, non
ritagliato distrattamente, per aprire il Vangelo, leggerlo, meditarlo, lasciare
che ci parli e inizi ora a trasformarci, a farci risorgere, per passare dal
viola al bianco. È lì che comincia la risurrezione del cuore. È lì che
impariamo a digiunare dall’orgoglio, dall’autosufficienza, dalla tiepidezza.
E da qui nasce la carità. Il vero digiuno diventa gesto
concreto: il corrispettivo di ciò che risparmio, lo condivido; ciò che mi
concederei,lo trasformo in dono per chi non ha nemmeno l’essenziale. Dio non
gode delle mortificazioni fine a sè stesse. Gesù è stato chiaro: «Misericordia
io voglio e non sacrifici». Il sacrificio rischia di metterci al centro; la
misericordia ci sposta verso gli altri.
Vedete dunque come la Quaresima non è un tempo cupo. È un
tempo di verità e di grazia. Non lasciamolo scorrere via. Dal viola può nascere
il bianco. Dal deserto può fiorire la vita.