Nel rito ambrosiano il tempo che stiamo vivendo si chiama “dopo l’Epifania”. Non è una semplice indicazione cronologica, ma una chiave di lettura. L’Epifania, infatti, non è una festa che si esaurisce in un solo giorno: comprende le prime grandi manifestazioni della divinità di Gesù che vengono diluite nel corso delle domeniche: dopo l’adorazione dei Magi, domenica scorsa il Battesimo al Giordano e, oggi, le nozze di Cana.
Non a caso, il Vangelo di Cana che abbiamo appena ascoltato si conclude con queste parole: questo fu il primo segno col quale Gesù manifestò la sua gloria. Una gloria che si manifesta trasformando la mancanza in sovrabbondanza.
Anche la prima lettura, tratta dal libro dei Numeri, parla
di una mancanza: l’acqua nel deserto. E anche lì Dio non abbandona il suo
popolo, nonostante la sua durezza di cuore. San Paolo, nel brano della lettera
ai Romani, va ancora più in profondità: non solo ci manca l’acqua o il vino, ma
spesso ci manca persino la capacità di pregare. Ed è allora che lo
Spirito stesso intercede in noi, trasformando il nostro gemito in preghiera.
Questi testi, come vedete, sono ricchissimi, e meritano
tempo per essere spiegati in modo adeguato, cosa che non è possibile fare in
un’omelia. “Qualsiasi cosa vi dica di fare, fatela”, dice la madre di Gesù ai
servi, e lo ripete anche a noi. Il problema è che, per poter fare quello che
dice Gesù, prima occorre ascoltare e poi capire quello che dice Gesù.
Purtroppo, ancora oggi, la Parola di Dio continua a restare
sconosciuta per troppi credenti.
Pensiamo solo al vangelo di oggi. Certo, prima dicevo,
confrontandolo con le altre due letture, che è epifania di un Dio capace di
trasformare la mancanza in sovrabbondanza. È vero, ma cosa vuol dire
concretamente? Ma, soprattutto, sono tante le domande che sorgono: uno
sposalizio in cui non si parla degli sposi, 6 anfore, un Gesù che sembra
rispondere male a sua madre, un prodigio curioso, perché sembra illogico che
Dio manifesti la sua gloria trasformando 120 litri d’acqua in ottimo vino da
distribuire ad invitati sicuramente già ubriachi. Tutte domande a cui
rispondere, altrimenti questo, come tanti altri episodi evangelici e della
Scrittura in generale, rischia di diventare una barzelletta. Ma il tempo
dell’omelia non basta.
Proprio per questo, in particolare oggi, ho deciso di non
rispondere a queste domande e di non approfondire le altre letture,
approfittando del fatto che, da lunedì scorso, e anche domani, c’è per tutti la
proposta di partecipare ai Lunedì della Parola, uno spazio necessario
per spiegare questi testi.
E approfittando del fatto che proprio oggi si celebra la Domenica
della Parola di Dio, con la quale la Chiesa vuole richiamare a tutti i suoi
figli la centralità di questa Parola e la necessità di conoscerla, affinchè
abiti in noi e ci trasformi.
Dopo l’Anno Santo, questo invito è ancora più necessario,
perché ogni rinnovamento autentico nasce dall’ascolto docile della Parola.
Essere abitati dalla Parola significa permettere a Cristo di continuare a
parlare oggi, attraverso la nostra vita. È così che la sua presenza diventa
riconoscibile nella storia.
Dunque, il senso profondo di questa Domenica della Parola e
dei Lunedì della Parola che abbiamo iniziato la scorsa settimana e
proseguiranno fino all’inizio della Quaresima, servono per stimolare tutti a dare
alla Scrittura il tempo e lo spazio che merita, perché non resti un suono
che passa.
E così sia.