Ci sono momenti nella vita in cui ci sentiamo esattamente così: su una barca, in mezzo al mare in tempesta, con il vento contrario.
Non grandi tragedie, magari. A volte sono cose molto concrete: una relazione che non funziona più, una fatica che si trascina da anni, un futuro che non riusciamo a immaginare, una fede che non consola come prima.
Nel Vangelo di oggi Gesù è sulla barca, coi discepoli, per
una traversata che li conduce all’altra riva del lago di Tiberiade.
E l’altra riva, nella Bibbia, non è mai un luogo tranquillo. È il mondo che non
controlliamo, è ciò che ci mette in crisi, è ciò che non rientra nel nostro
linguaggio religioso. È la vita così com’è, non come l’avevamo programmata.
Appena partono, scoppia la tempesta. Per dire che, quando
proviamo davvero a seguire il Vangelo, prima o poi qualcosa trema.
Seguire Gesù non significa evitare le tempeste. Significa entrarci dentro senza
scappare.
E qui c’è un dettaglio sconcertante: Gesù dorme.
Mentre loro si affannano, gridano, tirano corde, fanno tutto il possibile… lui
dorme.
È una scena che conosciamo bene.
Quante volte, nella preghiera, abbiamo pensato: “Signore, ma ci sei?”
Quante volte ci è sembrato che Dio fosse assente proprio quando serviva di più?
I discepoli lo svegliano con un grido che suona molto
religioso: “Signore, salvaci!”
Ma Gesù non li consola. Li rimprovera.
Perché quel grido non nasce dalla fiducia, ma dalla paura di essere soli.
La fede non è dire “salvami” quando tutto crolla.
La fede è scoprire che non siamo mai stati soli, nemmeno quando sembrava che
Dio dormisse.
Gesù si alza – è la stessa parola che indica la risurrezione
– e, notate, sgrida il mare e il vento, perché gli obbediscano.
Gesù non sgrida gli uomini, ma solo ciò che li distrugge.
Non chiede obbedienza alle persone, ma mette a tacere ciò che genera paura,
caos, morte.
E quando tutto si calma, i discepoli restano spiazzati. Non
dicono: “Che bello, siamo salvi”.
Dicono: “Chi è costui?”
È la domanda più vera della fede.
Non “che cosa devo fare?”, non “che regole devo seguire?”, ma: chi è Gesù
per me, dentro questa vita concreta?
La prima lettura, dal Siracide, ci aveva parlato di un Dio
grande, potente, davanti al quale restare in silenzio.
Il Vangelo ci dice che questo Dio è salito sulla nostra barca.
E Paolo, nella lettera ai Colossesi, fa un passo ancora più radicale: questo
Dio vuole abitare la nostra vita, trasformarla dall’interno.
Paolo parla di spogliarsi dell’uomo vecchio.
Non sta parlando di peccati in astratto. Non sta dicendo “comportatevi meglio”.
Sta dicendo qualcosa di molto più radicale: la tempesta più difficile non è
fuori, è dentro ciascuno di noi.
I venti e il mare del Vangelo diventano, in Colossesi, l’uomo vecchio pieno di ira,
menzogna, con le sue paure e tutte quelle identità costruite secondo i modelli
della società. L’uomo vecchio è quello che, nella tempesta, pensa di essere
perduto.
L’uomo nuovo, invece, è quello che scopre che Cristo è la
sua vita. Non un aiuto esterno, non una toppa nei momenti difficili, ma una
presenza che cambia il modo di stare nelle cose.
La fede non elimina i problemi.
Cambia lo sguardo con cui li attraversiamo.
E qui si innesta, in modo fortissimo, la Giornata per la
Vita che oggi celebriamo.
I vescovi italiani, nel loro messaggio scritto in occasione
di questa giornata, indicano una riva che oggi la società fa molta fatica a
raggiungere: quella dei più piccoli. Ci richiamano che la vita è un dono da
accogliere, prima ancora di meritarsela.
Si vive perché qualcuno ci ha voluti, non perché siamo
utili, performanti, perfetti.
E invece, oggi più che mai, la tempesta che attraversa la
nostra società travolge proprio loro, i più piccoli, che diventano “vittime
collaterali” delle guerre degli adulti: in modo eclatante, in questi ultimi
tempi, in Palestina, certo, ma in modi diversi e anche questi drammatici come nelle
famiglie divise, oppure scartati prima di nascere se non corrispondono a certi
criteri; per non parlare di quelli che sono sfruttati, abusati, abbandonati, o costretti
a migrare da soli.
È impressionante: la barca degli adulti cerca di salvarsi…
buttando fuori i più fragili.
E allora il Vangelo di oggi ci costringe a una domanda
scomoda:
nella tempesta, in realtà, quelli che stanno veramente dormendo non
rischiano di essere proprio gli adulti quando non si accorgono che la vita
dei bambini viene sacrificata agli interessi dei grandi?
Alla fine, il Vangelo di oggi non ci chiede di fare grandi
proclami.
Ci chiede di guardare dove siamo, chi c’è sulla barca con noi, chi rischia di
essere lasciato fuori.
E allora, quello che ci viene chiesto, non è obbedire di
più, fare di più, essere più religiosi, ma fidarci di questo Dio che attraversa
con noi le tempeste per indicarci come affrontarle, e imparare a chiedergli non
tanto “salvaci, Signore”, ma: “Signore, aiutami a riconoscerti nella mia
barca”.