lunedì 16 febbraio 2026

15/02/26 ULTIMA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA ANNO A

Non è un caso che la Parola di quest’ultima domenica dopo l’Epifania detta “del perdono” ci parli di un Dio che non si stanca di amare, anche quando noi ci stanchiamo di Lui.

Il profeta Osea ci consegna una delle immagini più forti della Bibbia: Dio come uno sposo tradito. Israele ha cercato altri amori, ha rincorso idoli, si è illuso che la felicità fosse altrove. E Dio dice parole durissime: “Non siete più il mio popolo”. È il dolore di chi ama e non è ricambiato.

Ma poi accade qualcosa di sorprendente. Dio non chiude la relazione. Non dice: “Basta, mi hai deluso”. Dice invece: “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”.

E usa parole tenere, di seduzione, non per chiudere una relazione, ma per ricominciare: “Ti farò mia sposa per sempre… nella fedeltà e nell’amore”.

Il Vangelo di Luca ci fa entrare in casa di questo Dio che si comporta in modo simile allo Sposo di Osea, ma qui, l’immagine usata da Gesù, è quella di Dio non come sposo, ma come Padre.

La parabola che abbiamo ascoltato viene normalmente chiamata “del figlio prodigo”. Ma il vero prodigo – prodigo è uno che è generoso fino allo spreco – più che il figlio minore, è il padre.

Il figlio minore vuole libertà, autonomia, una vita senza legami, perché vive il rapporto col padre come se fosse un padrone da cui fuggire, e alla fine si ritrova solo, affamato, svuotato. E così decide di tornare, ma non perché pentito, ma perché muore di fame, e prepara un atto di dolore struggente, una sorta di captatio benevolentiae. Non lo sfiora nemmeno lontanamente che il padre lo avrebbe comunque accolto, appunto perché non lo aveva mai considerato padre, ma un padrone, e infatti, nel suo atto di dolore chiedeva di essere riaccolto, non come figlio, ma come servo.

E qui c’è il cuore della parabola: il padre gli corre incontro. Non gli chiede spiegazioni. Non pretende garanzie. Non lo lascia finire la stucchevole confessione che aveva preparato. Lo abbraccia. Lo riveste. Gli ridà fiducia. Appunto: il padre prodigo.

Dio non ci ama per i nostri meriti, ma per i nostri bisogni.

E questo ci spiazza. Perché spesso noi, come il figlio minore, pensiamo Dio come un datore di lavoro che ci premia se ci comportiamo bene.

Lo stesso identico ragionamento del figlio maggiore, quando gli dice: “Io ti ho sempre servito”. Non dice: “Ti ho amato”. Dice: “Ti ho servito”. Vive in casa, ma da dipendente. È sempre stato corretto, obbediente, ma non felice.

Alla fine, entrambi i figli pensano che il padre sia un padrone. Il minore scappa, il maggiore resta. Ma nessuno dei due conosce davvero il suo cuore.

E Gesù racconta questa parabola per dirci che il problema non è cosa Dio pensa di noi, ma cosa noi pensiamo di Dio.

Quanti cristiani vivono una fede pesante, fatta di doveri, paure, sensi di colpa. Vengono in chiesa, ma con il cuore stanco. Altri, più coerenti, se ne vanno del tutto. In fondo, se Dio è solo un giudice o un controllore, che senso ha restare?

Ma il Dio di Gesù è il Padre che esce di casa due volte: per il figlio ribelle e per quello arrabbiato. Non vuole servi, ma figli che gli assomiglino nell’amore.

La parabola non dice se il figlio minore diventa migliore, e nemmeno se il padre riuscì a convincere il figlio maggiore ad entrare in casa a far festa con suo fratello. L’amore di Dio è garantito. La nostra risposta no.

San Paolo, nella Lettera ai Romani, lo dice con parole limpide: “Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù”.

Nessuna condanna.

Solo l’amore ricevuto può trasformare.

Solo se uno si sente davvero accolto e amato c’è possibilità di cambiamento.

La “domenica del perdono” ci invita a fare una cosa sola: lasciarci raggiungere dal Padre che ci ama con lo stesso amore dello Sposo di Osea.

Se scoprissimo davvero questo, la nostra fede non sarebbe più un peso. Sarebbe una festa.

E vivremmo lo stare nella casa del Padre, anche ora che celebriamo l’eucaristia, con sentimenti di gioia e gratitudine, che si esprimono anche nel tono della voce, nelle risposte e nel canto, e negli sguardi che ci si scambia con gli occhi. Qui, e fuori di qui.