Non è un caso che la Parola di quest’ultima domenica dopo l’Epifania detta “del perdono” ci parli di un Dio che non si stanca di amare, anche quando noi ci stanchiamo di Lui.
Il profeta Osea ci consegna una delle immagini più
forti della Bibbia: Dio come uno sposo tradito. Israele ha cercato altri amori,
ha rincorso idoli, si è illuso che la felicità fosse altrove. E Dio dice parole
durissime: “Non siete più il mio popolo”. È il dolore di chi ama e non è
ricambiato.
Ma poi accade qualcosa di sorprendente. Dio non chiude la
relazione. Non dice: “Basta, mi hai deluso”. Dice invece: “La condurrò nel
deserto e parlerò al suo cuore”.
E usa parole tenere, di seduzione, non per chiudere una
relazione, ma per ricominciare: “Ti farò mia sposa per sempre… nella fedeltà
e nell’amore”.
Il Vangelo di Luca ci fa entrare in casa di questo
Dio che si comporta in modo simile allo Sposo di Osea, ma qui, l’immagine usata
da Gesù, è quella di Dio non come sposo, ma come Padre.
La parabola che abbiamo ascoltato viene normalmente chiamata
“del figlio prodigo”. Ma il vero prodigo – prodigo è uno che è generoso fino
allo spreco – più che il figlio minore, è il padre.
Il figlio minore vuole libertà, autonomia, una vita senza
legami, perché vive il rapporto col padre come se fosse un padrone da cui
fuggire, e alla fine si ritrova solo, affamato, svuotato. E così decide di
tornare, ma non perché pentito, ma perché muore di fame, e prepara un atto di
dolore struggente, una sorta di captatio benevolentiae. Non lo sfiora nemmeno
lontanamente che il padre lo avrebbe comunque accolto, appunto perché non lo
aveva mai considerato padre, ma un padrone, e infatti, nel suo atto di dolore
chiedeva di essere riaccolto, non come figlio, ma come servo.
E qui c’è il cuore della parabola: il padre gli corre
incontro. Non gli chiede spiegazioni. Non pretende garanzie. Non lo lascia
finire la stucchevole confessione che aveva preparato. Lo abbraccia. Lo
riveste. Gli ridà fiducia. Appunto: il padre prodigo.
Dio non ci ama per i nostri meriti, ma per i nostri bisogni.
E questo ci spiazza. Perché spesso noi, come il figlio
minore, pensiamo Dio come un datore di lavoro che ci premia se ci comportiamo
bene.
Lo stesso identico ragionamento del figlio maggiore, quando
gli dice: “Io ti ho sempre servito”. Non dice: “Ti ho amato”. Dice: “Ti ho
servito”. Vive in casa, ma da dipendente. È sempre stato corretto, obbediente,
ma non felice.
Alla fine, entrambi i figli pensano che il padre sia un
padrone. Il minore scappa, il maggiore resta. Ma nessuno dei due conosce
davvero il suo cuore.
E Gesù racconta questa parabola per dirci che il problema
non è cosa Dio pensa di noi, ma cosa noi pensiamo di Dio.
Quanti cristiani vivono una fede pesante, fatta di doveri,
paure, sensi di colpa. Vengono in chiesa, ma con il cuore stanco. Altri, più
coerenti, se ne vanno del tutto. In fondo, se Dio è solo un giudice o un
controllore, che senso ha restare?
Ma il Dio di Gesù è il Padre che esce di casa due volte: per
il figlio ribelle e per quello arrabbiato. Non vuole servi, ma figli che gli
assomiglino nell’amore.
La parabola non dice se il figlio minore diventa migliore, e
nemmeno se il padre riuscì a convincere il figlio maggiore ad entrare in casa a
far festa con suo fratello. L’amore di Dio è garantito. La nostra risposta no.
San Paolo, nella Lettera ai Romani, lo dice con
parole limpide: “Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo
Gesù”.
Nessuna condanna.
Solo l’amore ricevuto può trasformare.
Solo se uno si sente davvero accolto e amato c’è possibilità
di cambiamento.
La “domenica del perdono” ci invita a fare una cosa sola:
lasciarci raggiungere dal Padre che ci ama con lo stesso amore dello Sposo di
Osea.
Se scoprissimo davvero questo, la nostra fede non sarebbe
più un peso. Sarebbe una festa.
E vivremmo lo stare nella casa del Padre, anche ora che
celebriamo l’eucaristia, con sentimenti di gioia e gratitudine, che si
esprimono anche nel tono della voce, nelle risposte e nel canto, e negli
sguardi che ci si scambia con gli occhi. Qui, e fuori di qui.