domenica 1 febbraio 2026

25/1/26 FESTA SACRA FAMIGLIA (ANNO A )

La riflessione che mi permetto oggi di proporvi nasce dalla contemplazione di questa bellissima scena evangelica. Senza entrare nei particolari e nella sua spiegazione che farò nell’incontro di lunedì sera, è

bello vedere Maria e Giuseppe che consegnano Gesù bambino nelle braccia di Simeone, e Simeone che, con stupore e gratitudine, ringrazia il Signore, riconoscendo che quel bambino è il Figlio di Dio, a tal punto da dire: questo mi basta, è tutta la vita che aspettavo questo momento, ora posso morire in pace, perché tutte le mie speranze e le mie attese di gioia si sono realizzate, e riconosco che questo bambino è la luce che illumina tutte le genti. E perché questo possa continuare ad accadere, occorre, come scrive san Paolo in una frase che abbiamo ascoltato nell’epistola, occorre che la sua Parola, cioè “la parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza”. Da qui nasce la domanda e la riflessione che vi propongo oggi: davvero la parola di Cristo illumina la nostra coscienza e, di conseguenze, le scelte quotidiane? Penso, in particolare, alle nostre famiglie.

Questo Vangelo non ci chiede se le nostre famiglie sono perfette (non esiste una famiglia perfetta), ma se sono famiglie orientate. Non ci domanda se facciamo tutto bene, ma verso dove stiamo andando.

Viviamo immersi in un mondo che propone continuamente un modo di pensare. Spesso non ce ne accorgiamo, ma noi siamo come spugne che assorbono la mentalità del mondo, non il pensiero di Cristo: nel lavoro, nelle relazioni, nell’educazione dei figli, nel modo di usare il tempo, il denaro, il corpo, la parola. Il mondo ci dice che conta arrivare primi, che vale chi produce, che la felicità sta nell’avere, che il perdono è da ingenui, che la debolezza va nascosta, che Dio serve solo quando risolve i problemi.

Gesù, invece, pensa in modo diverso. Dice che Dio è Padre e non strumento. Che la grandezza sta nel servire. Che la vita si salva donandola. Che la libertà non è fare ciò che voglio, ma appartenere a qualcuno che mi ama. Che il corpo è tempio, non merce. Che il tempo non va riempito, ma abitato. Che la felicità nasce dal dono, non dal possesso. Che la salvezza non è una conquista personale, ma un dono che entra in casa, che va accolto, abbracciato, come fece Simeone.

E allora la domanda diventa inevitabile, soprattutto per noi adulti: chi educa davvero le nostre famiglie? La Parola di Cristo o il mondo? Gesù o l’abitudine? La volontà del Padre o il quieto vivere?

Ognuno di noi ha continuamente bisogno di essere evangelizzato. Anche la famiglia deve imparare a convertirsi, a cambiare mentalità, a lasciarsi guidare dalla Parola di Cristo.

Essere una famiglia cristiana non significa non sbagliare. Significa scegliere ogni giorno a chi dare ascolto, se abbracciare Cristo (meglio ancora: farsi abbracciare da lui) o dalla mentalità del mondo. Per i genitori, in particolare, se educare i figli al successo o al dono di sé, come insegna Gesù. Se insegnare a difendersi o a perdonare. Se, in famiglia, si parla di Dio come di un accessorio o come del centro. Nella vita di tutti i giorni, nelle case, nelle scelte piccole, nel modo di parlare, di lavorare, di amare.

Chiediamo oggi la grazia di famiglie che, pur con i loro limiti, imparino con gioia e fiducia ad abbracciare Cristo occupino delle cose del Padre. Famiglie che non siano perfette, ma orientate. Non ideali, ma evangeliche. Perché solo da qui può nascere una vita buona, vera, capace di futuro.