Le letture di oggi nascono tutte da situazioni complicate, sporche, ferite.
Non da persone “a posto”, ma da gente che ha sbagliato, che ha perso, che si è trovata schiacciata dalle conseguenze delle proprie scelte.
Ed è una buona notizia. Perché vuol dire che la Parola di Dio non parla a un
mondo ideale, ma al nostro.
Il libro di Baruc nasce quando Israele è distrutto:
sconfitto, deportato, umiliato.
Eppure il popolo dice una cosa sorprendente: «Il Signore ha vegliato su
questi mali».
Non dice: “Dio ci ha abbandonati”, né: “Dio ci ha puniti perché è cattivo”.
Dice: Dio non è indifferente. Non ha rotto l’alleanza. Non se n’è andato.
Il popolo riconosce una cosa difficile ma liberante: il
male non viene da Dio, ma Dio non scappa quando arriva il male.
Noi abbiamo rotto l’alleanza, non Lui. Noi non abbiamo ascoltato, non Lui.
Il peccato non è un errore di percorso: è scegliere un’altra direzione sapendo
qual è quella giusta.
E allora Israele fa una preghiera disarmante: non chiede
giustizia, non chiede spiegazioni, non chiede sconti.
Chiede una cosa sola: «Liberaci per il tuo amore».
Non perché siamo bravi. Non perché meritiamo.
Ma perché tu sei fedele.
È già tanto. Ma non è ancora tutto.
San Paolo, nella lettera ai Romani, fa un passo in più e
dice: attenzione, perché la Legge, da sola, non salva.
La Legge dice il bene, ma non dà la forza di viverlo.
Anzi – paradosso – quando siamo fragili, la Legge finisce per diventare una
gabbia.
Paolo usa un’immagine molto concreta: come una donna resta
legata a un marito finché lui vive, così noi restiamo prigionieri di un sistema
che ci mostra il bene ma non ce lo rende possibile.
La vera novità è questa: in Cristo siamo morti a ciò che ci teneva
prigionieri, per appartenere a un altro, al Risorto.
Non per fare quello che vogliamo, ma per portare frutti di vita.
E qui entra in scena il Vangelo.
Il Vangelo dell’adultera è uno di quei testi che hanno fatto paura perfino ai
cristiani.
Per secoli non lo volevano: troppo pericoloso, troppo indulgente, troppo
scandaloso.
Perché l’amore di Dio, quando è vero, scandalizza sempre.
Una ragazza – poco più che una ragazzina – viene gettata in
mezzo, nel Tempio.
Usata come esca, come strumento, come pretesto.
Non interessa la sua vita, la sua storia, il suo dolore.
Interessa solo incastrare Gesù.
E Gesù fa una cosa stranissima: si china e scrive per terra.
Fa silenzio.
Costringe tutti a fermarsi.
È come se dicesse: prima di giudicare, guardatevi dentro.
Poi pronuncia quella frase che conosciamo bene, ma che è
molto più dura di quanto pensiamo:
«Chi di voi è senza peccato, la uccida».
Non dice: “Chi è senza peccato lanci una pietra”.
Dice: chi è senza peccato si assuma la responsabilità di togliere la vita a
un altro.
E uno dopo l’altro se ne vanno.
Rimangono in due, come dice sant’Agostino: la miseria e la misericordia.
E qui arriva lo scandalo vero.
Gesù non fa la ramanzina.
Non le chiede di promettere nulla.
Non le chiede nemmeno di chiedere perdono.
Le fa un dono: «Neanch’io ti condanno».
Prima viene il perdono.
Poi nasce la vita nuova: «Va’ e d’ora in poi non peccare più».
Questa è la rivoluzione cristiana: non è il disastro che
converte, è la misericordia.
Non è la paura che cambia il cuore, è l’amore sperimentato.
Gesù non dice che il peccato non è serio.
Dice che il peccato non ha l’ultima parola.
Non siamo salvati perché innocenti, ma perché amati fino alla fine.
E allora la domanda oggi non è: “Chi ha ragione?”
La domanda è: a quale Dio crediamo?
Al Dio che lancia pietre o al Dio che le toglie di mano?
Al Dio che umilia o al Dio che rialza?
E attenzione: possiamo anche scegliere di giudicare, di
condannare, di emettere sentenze definitive.
Siamo liberi.
Ma a una condizione: non chiamarlo cristianesimo.
Perché il Dio cristiano ha il volto di Gesù.
E quel volto oggi ci dice:
Neanch’io ti condanno.
Alzati.
Ricominciamo.
Amen.