lunedì 16 febbraio 2026

8/02/26 PENULTIMA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA ANNO A

Le letture di oggi nascono tutte da situazioni complicate, sporche, ferite.

Non da persone “a posto”, ma da gente che ha sbagliato, che ha perso, che si è trovata schiacciata dalle conseguenze delle proprie scelte.

Ed è una buona notizia. Perché vuol dire che la Parola di Dio non parla a un mondo ideale, ma al nostro.

Il libro di Baruc nasce quando Israele è distrutto: sconfitto, deportato, umiliato.
Eppure il popolo dice una cosa sorprendente: «Il Signore ha vegliato su questi mali».
Non dice: “Dio ci ha abbandonati”, né: “Dio ci ha puniti perché è cattivo”.
Dice: Dio non è indifferente. Non ha rotto l’alleanza. Non se n’è andato.

Il popolo riconosce una cosa difficile ma liberante: il male non viene da Dio, ma Dio non scappa quando arriva il male.
Noi abbiamo rotto l’alleanza, non Lui. Noi non abbiamo ascoltato, non Lui.
Il peccato non è un errore di percorso: è scegliere un’altra direzione sapendo qual è quella giusta.

E allora Israele fa una preghiera disarmante: non chiede giustizia, non chiede spiegazioni, non chiede sconti.
Chiede una cosa sola: «Liberaci per il tuo amore».
Non perché siamo bravi. Non perché meritiamo.
Ma perché tu sei fedele.

È già tanto. Ma non è ancora tutto.

San Paolo, nella lettera ai Romani, fa un passo in più e dice: attenzione, perché la Legge, da sola, non salva.
La Legge dice il bene, ma non dà la forza di viverlo.
Anzi – paradosso – quando siamo fragili, la Legge finisce per diventare una gabbia.

Paolo usa un’immagine molto concreta: come una donna resta legata a un marito finché lui vive, così noi restiamo prigionieri di un sistema che ci mostra il bene ma non ce lo rende possibile.
La vera novità è questa: in Cristo siamo morti a ciò che ci teneva prigionieri, per appartenere a un altro, al Risorto.
Non per fare quello che vogliamo, ma per portare frutti di vita.

E qui entra in scena il Vangelo.
Il Vangelo dell’adultera è uno di quei testi che hanno fatto paura perfino ai cristiani.
Per secoli non lo volevano: troppo pericoloso, troppo indulgente, troppo scandaloso.
Perché l’amore di Dio, quando è vero, scandalizza sempre.

Una ragazza – poco più che una ragazzina – viene gettata in mezzo, nel Tempio.
Usata come esca, come strumento, come pretesto.
Non interessa la sua vita, la sua storia, il suo dolore.
Interessa solo incastrare Gesù.

E Gesù fa una cosa stranissima: si china e scrive per terra.
Fa silenzio.
Costringe tutti a fermarsi.
È come se dicesse: prima di giudicare, guardatevi dentro.

Poi pronuncia quella frase che conosciamo bene, ma che è molto più dura di quanto pensiamo:
«Chi di voi è senza peccato, la uccida».

Non dice: “Chi è senza peccato lanci una pietra”.
Dice: chi è senza peccato si assuma la responsabilità di togliere la vita a un altro.

E uno dopo l’altro se ne vanno.
Rimangono in due, come dice sant’Agostino: la miseria e la misericordia.

E qui arriva lo scandalo vero.
Gesù non fa la ramanzina.
Non le chiede di promettere nulla.
Non le chiede nemmeno di chiedere perdono.

Le fa un dono: «Neanch’io ti condanno».
Prima viene il perdono.
Poi nasce la vita nuova: «Va’ e d’ora in poi non peccare più».

Questa è la rivoluzione cristiana: non è il disastro che converte, è la misericordia.
Non è la paura che cambia il cuore, è l’amore sperimentato.

Gesù non dice che il peccato non è serio.
Dice che il peccato non ha l’ultima parola.
Non siamo salvati perché innocenti, ma perché amati fino alla fine.

E allora la domanda oggi non è: “Chi ha ragione?”
La domanda è: a quale Dio crediamo?
Al Dio che lancia pietre o al Dio che le toglie di mano?
Al Dio che umilia o al Dio che rialza?

E attenzione: possiamo anche scegliere di giudicare, di condannare, di emettere sentenze definitive.
Siamo liberi.
Ma a una condizione: non chiamarlo cristianesimo.

Perché il Dio cristiano ha il volto di Gesù.
E quel volto oggi ci dice:
Neanch’io ti condanno.
Alzati.
Ricominciamo.

Amen.