Un detto popolare dice che “l’Epifania tutte le feste le
porta via”.
Forse poteva essere vero un tempo, quando il 6 gennaio raccoglieva in sé tutte
le prime epifanie del Signore: l’adorazione dei Magi, il Battesimo di Gesù
al Giordano, le nozze di Cana, il prodigio dei pani
e dei pesci. Epifanie nel senso più vero del termine: manifestazioni, rivelazioni che, in modi diversi, svelavano il significato del Natale, cioè l’ingresso di Dio nella storia degli uomini.
Con il passare del tempo, soprattutto in Occidente,
l’Epifania è rimasta quasi solo la festa dei Magi, il segno dei popoli che
riconoscono Gesù come Signore. Ed ecco allora il proverbio: “passata la
festa, gabbato lu santu”.
Ma in realtà non è così. Non lo è affatto.
Il nostro rito ambrosiano ha custodito e recuperato tutte
queste epifanie, distribuendole nelle domeniche successive al 6 gennaio e
facendoci entrare in un tempo che si chiama significativamente “dopo
l’Epifania”. Come a dire che la manifestazione di Dio non si chiude, ma
continua.
E oggi, prima domenica dopo l’Epifania, celebriamo il Battesimo di Gesù al
Giordano, l’epifania che forse più di ogni altra ci fa capire il senso
profondo del Natale, e non solo del Natale, anche della Pasqua.
Rileggiamo insieme il Vangelo.
Gesù non è più il bambino di Betlemme: è un uomo adulto. Prima di iniziare la
sua missione, si presenta al fiume Giordano per essere battezzato. Giovanni il
Battista resta spiazzato e cerca di fermarlo:
«Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?»
Giovanni reagisce così perché il rito del battesimo che
amministrava, che non era ovviamente il sacramento che riceviamo noi, era un
gesto pubblico che esprimeva la la decisione di cambiare vita, di morire
al passato, di lasciarsi alle spalle ciò che si era stati per diventare persone
nuove.
E l’acqua era un simbolo potente per esprimere questo cambiamento: un segno di
purificazione, certo, ma anche di morte. Morire a ciò che si era stati
per riemergere trasformati. Non a caso la parola battesimo significa
proprio immersione.
La reazione del Battista era dunque giustificata, perché Gesù
non aveva certo bisogno di questo battesimo. Eppure, risponde a Giovanni:
«Lascia fare, perché conviene che adempiamo ogni giustizia».
Cioè: occorre compiere la volontà di Dio.
E qual è questa volontà? Lo comprendiamo subito dopo.
Gesù si immerge nell’acqua… e immediatamente ne riemerge.
L’acqua, simbolo di morte, non può trattenerlo.
Cosa vuol dire? Che il suo Battesimo al Giordano prefigura la sua Pasqua, la
sua morte e la sua risurrezione. Ma la sua immersione nell’acqua esprime lo
stesso significato del Natale: Dio che assume la nostra natura mortale. Per
darci la sua stessa vita divina, immortale.
I cieli si aprono: vuol dire che, con Gesù, Dio non è più
lontano e irraggiungibile. Appunto, è il Dio con noi che si manifesta nel
Natale. Di più. Non è solo il Dio con noi del Natale, ma il Dio in noi.
Infatti, ecco lo Spirito che scende su Gesù in forma di
colomba. Perché in forma di colomba? Perché la colomba è l’uccello che torna
sempre al suo nido. Lo Spirito in forma di colomba è dunque un’immagine per
indicare che Gesù è il nido perenne dello Spirito, la dimora stabile
dell’amore, della forza, dell’energia di Dio. In che modo Dio prende carne in
noi? Con lo Spirito santo.
Infine, una voce proclama:
«Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento».
Vuol dire che chi vede Gesù, vede Dio.
Tutta la missione di Gesù non sarà altro che manifestazione, epifania di questo
Dio.
Ebbene, Gesù crocifisso e risorto, epifania suprema
dell’amore del Padre, ci rende partecipi di tutti questi doni attraverso il
sacramento del Battesimo. Immersi nell’immenso amore della Trinità che abita
la nostra carne, un amore che non ci evita i dolori, i problemi, e la
morte, ma ci permette di attraversarli e superarli, se– come Gesù – ci lasciamo
guidare dal suo Spirito che abita in noi.
Capite perché è una tragedia quando non ce ne rendiamo conto?
Quando continuiamo a pensare Dio come lontano, indifferente, sordo alle nostre
preghiere, come una realtà esterna che dovrebbe intervenire magicamente
dall’alto?
Il Natale ci dice che Dio ha assunto la nostra carne.
Il Battesimo di Gesù ci dice che Dio, assumendo la nostra carne, ha assunto
anche la nostra mortalità.
La Pasqua ci dice che questa carne e questa mortalità non sono l’ultima parola.
Ma, soprattutto, che Dio non è un mago che agisce dall’alto
dei cieli.
È il Dio incarnato che vive in noi, che entra nei sepolcri in cui cadiamo o che
ci costruiamo con le nostre mani, e che non ci abbandona mai.
E allora è davvero un guaio continuare a ripeterci che “l’Epifania
tutte le feste le porta via”.
È vero il contrario:
Dio vive in noi per renderci come lui,
perché, immersi nel suo amore, diventiamo anche noi epifania di Dio nel mondo, segni vivi della sua presenza.