lunedì 12 gennaio 2026

11/1/26 BATTESIMO DEL SIGNORE

Un detto popolare dice che “l’Epifania tutte le feste le porta via”.
Forse poteva essere vero un tempo, quando il 6 gennaio raccoglieva in sé tutte le prime epifanie del Signore: l’adorazione dei Magi, il Battesimo di Gesù al Giordano, le nozze di Cana, il prodigio dei pani

e dei pesci. Epifanie nel senso più vero del termine: manifestazioni, rivelazioni che, in modi diversi, svelavano il significato del Natale, cioè l’ingresso di Dio nella storia degli uomini.

Con il passare del tempo, soprattutto in Occidente, l’Epifania è rimasta quasi solo la festa dei Magi, il segno dei popoli che riconoscono Gesù come Signore. Ed ecco allora il proverbio: “passata la festa, gabbato lu santu”.
Ma in realtà non è così. Non lo è affatto.

Il nostro rito ambrosiano ha custodito e recuperato tutte queste epifanie, distribuendole nelle domeniche successive al 6 gennaio e facendoci entrare in un tempo che si chiama significativamente “dopo l’Epifania”. Come a dire che la manifestazione di Dio non si chiude, ma continua.
E oggi, prima domenica dopo l’Epifania, celebriamo il Battesimo di Gesù al Giordano, l’epifania che forse più di ogni altra ci fa capire il senso profondo del Natale, e non solo del Natale, anche della Pasqua.

Rileggiamo insieme il Vangelo.
Gesù non è più il bambino di Betlemme: è un uomo adulto. Prima di iniziare la sua missione, si presenta al fiume Giordano per essere battezzato. Giovanni il Battista resta spiazzato e cerca di fermarlo:
«Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?»

Giovanni reagisce così perché il rito del battesimo che amministrava, che non era ovviamente il sacramento che riceviamo noi, era un gesto pubblico che esprimeva la la decisione di cambiare vita, di morire al passato, di lasciarsi alle spalle ciò che si era stati per diventare persone nuove.
E l’acqua era un simbolo potente per esprimere questo cambiamento: un segno di purificazione, certo, ma anche di morte. Morire a ciò che si era stati per riemergere trasformati. Non a caso la parola battesimo significa proprio immersione.

La reazione del Battista era dunque giustificata, perché Gesù non aveva certo bisogno di questo battesimo. Eppure, risponde a Giovanni:
«Lascia fare, perché conviene che adempiamo ogni giustizia».
Cioè: occorre compiere la volontà di Dio.

E qual è questa volontà? Lo comprendiamo subito dopo.

Gesù si immerge nell’acqua… e immediatamente ne riemerge.
L’acqua, simbolo di morte, non può trattenerlo.
Cosa vuol dire? Che il suo Battesimo al Giordano prefigura la sua Pasqua, la sua morte e la sua risurrezione. Ma la sua immersione nell’acqua esprime lo stesso significato del Natale: Dio che assume la nostra natura mortale. Per darci la sua stessa vita divina, immortale.

I cieli si aprono: vuol dire che, con Gesù, Dio non è più lontano e irraggiungibile. Appunto, è il Dio con noi che si manifesta nel Natale. Di più. Non è solo il Dio con noi del Natale, ma il Dio in noi.

Infatti, ecco lo Spirito che scende su Gesù in forma di colomba. Perché in forma di colomba? Perché la colomba è l’uccello che torna sempre al suo nido. Lo Spirito in forma di colomba è dunque un’immagine per indicare che Gesù è il nido perenne dello Spirito, la dimora stabile dell’amore, della forza, dell’energia di Dio. In che modo Dio prende carne in noi? Con lo Spirito santo.

Infine, una voce proclama:
«Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento».

Vuol dire che chi vede Gesù, vede Dio.
Tutta la missione di Gesù non sarà altro che manifestazione, epifania di questo Dio.

Ebbene, Gesù crocifisso e risorto, epifania suprema dell’amore del Padre, ci rende partecipi di tutti questi doni attraverso il sacramento del Battesimo. Immersi nell’immenso amore della Trinità che abita la nostra carne, un amore che non ci evita i dolori, i problemi, e la morte, ma ci permette di attraversarli e superarli, se– come Gesù – ci lasciamo guidare dal suo Spirito che abita in noi.

Capite perché è una tragedia quando non ce ne rendiamo conto?
Quando continuiamo a pensare Dio come lontano, indifferente, sordo alle nostre preghiere, come una realtà esterna che dovrebbe intervenire magicamente dall’alto?

Il Natale ci dice che Dio ha assunto la nostra carne.
Il Battesimo di Gesù ci dice che Dio, assumendo la nostra carne, ha assunto anche la nostra mortalità.
La Pasqua ci dice che questa carne e questa mortalità non sono l’ultima parola.

Ma, soprattutto, che Dio non è un mago che agisce dall’alto dei cieli.
È il Dio incarnato che vive in noi, che entra nei sepolcri in cui cadiamo o che ci costruiamo con le nostre mani, e che non ci abbandona mai.

E allora è davvero un guaio continuare a ripeterci che “l’Epifania tutte le feste le porta via”.
È vero il contrario:
Dio vive in noi per renderci come lui,

perché, immersi nel suo amore, diventiamo anche noi epifania di Dio nel mondo, segni vivi della sua presenza.