La liturgia di questa domenica ci fa fare un salto improvviso nel tempo: trenta anni in avanti. Lasciamo il Bambino di Betlemme e incontriamo Gesù adulto, nella sinagoga di Nazaret, mentre pronuncia il suo primo discorso pubblico. È il momento in cui Gesù mette le carte in tavola e dichiara apertamente il
senso della sua vita, il cuore della sua missione, il suo programma.
Ed è significativo che questa pagina venga proclamata
proprio all’inizio di un nuovo anno civile. Perché l’inizio dell’anno è sempre
carico di attese, desideri, speranze, buoni propositi. Ma il Vangelo oggi ci
provoca ad andare molto più in profondità: non si tratta solo di fare buoni
propositi, ma di chiederci seriamente quale sia il nostro programma di vita. Su
cosa sto costruendo la mia esistenza? Qual è la direzione che ho scelto? E
soprattutto: il programma di Gesù coincide davvero con il mio?
Gesù, nella sinagoga, non legge un testo a caso. Cerca
volutamente un passo preciso del profeta Isaia e lo applica a sé. È un vero e
proprio manifesto. Dice: «Lo Spirito del Signore è sopra di me». Gesù si
presenta come un uomo abitato dallo Spirito, come il Cristo, l’Unto, la
manifestazione concreta di Dio nella storia. E subito chiarisce perché è stato
mandato: non per affermare se stesso, ma per andare incontro ai bisogni reali,
alle ferite, alle sofferenze degli uomini.
«Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio».
Ma quale lieto annuncio attendono i poveri, se non la fine della loro povertà?
Gesù viene a realizzare quel sogno di Dio già annunciato nel Deuteronomio: «Non
ci sarà alcun bisognoso in mezzo a voi».
Poi continua: «A proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista». I prigionieri non sono solo quelli dietro le sbarre:
sono tutti coloro che restano intrappolati nel proprio egoismo, nel male che
fanno e che li rende schiavi. I ciechi sono coloro che non vedono Dio come
Padre, non si riconoscono figli e non guardano gli altri come fratelli. La
missione di Gesù sarà proprio questa: rivelare, con le parole e con i gesti,
che Dio è Padre, che noi siamo figli e che gli altri non sono concorrenti o
nemici, ma fratelli.
E ancora: «A rimettere in libertà gli oppressi»,
quelli schiacciati da ingiustizie, violenze, sistemi disumani. E infine: «A
proclamare l’anno di grazia del Signore», l’anno del giubileo, quando i
debiti venivano cancellati e ogni forma di schiavitù doveva finire.
C’è un dettaglio sorprendente: nel testo di Isaia c’è anche
un riferimento al “giorno della vendetta di Dio”. Gesù si ferma prima. Quel
versetto non lo legge. Lo omette. Perché Gesù non è venuto a proclamare
vendetta, ma amore. Sempre. Per tutti.
Questo è il suo programma di vita. Ed è, in realtà, il
progetto eterno di Dio: il sogno di un mondo riconciliato, di relazioni nuove,
di comunione al posto del caos, di armonia al posto della violenza e
dell’egoismo. È la Sapienza di Dio che si fa carne, come ci ha ricordato la
lettura del Siracide.
A guardare il mondo di oggi, verrebbe da dire che Gesù abbia
fallito. Le cose non sono cambiate. Le ingiustizie restano. Le guerre
continuano. Ma Gesù non ha fallito. Il punto è un altro: Dio si è fatto uomo in
Gesù non per sistemare tutto magicamente dall’alto, ma per consegnare a noi il
suo Spirito. Il Natale è questo: Dio che si fida dell’uomo.
Ora tocca a noi. Tocca a noi continuare l’opera di Gesù,
diventare – se lo vogliamo – altri Cristo, altre manifestazioni di Dio nella
storia. Non con buoni propositi generici, ma scegliendo davvero il suo
programma di vita.
Ed è qui che san Paolo ci mette davanti a una scelta chiara:
vivere secondo la carne o secondo lo Spirito. Non c’entra il sesso, non c’entra
il pregare tutto il giorno o fuggire dal mondo. Vivere secondo la carne
significa lasciarsi guidare dall’istinto che porta a pensare solo a se stessi.
Vivere secondo lo Spirito significa lasciarsi guidare dall’amore di Dio,
assumendo come criterio della propria vita il programma di Gesù.
Dio non interviene dall’alto tappando i buchi. Dio agisce
attraverso di noi, quando ci lasciamo trasformare dal suo Spirito. È così che
il sogno di Dio può continuare a prendere carne nella storia.