Solennità della Circoncisione di Gesù – Giornata mondiale della pace
Per noi cristiani, questo primo giorno dell’anno non è semplicemente l’inizio di un nuovo calendario. È ancora tempo di Natale, siamo dentro l’Ottava, che si concluderà domani. Natale e Pasqua, nella liturgia, non durano un solo giorno, ma otto: perché l’otto è il numero della risurrezione e
dell’eternità. Questo significa una cosa molto bella e molto concreta: noi
non celebriamo eventi del passato, ma un Dio che continua a incarnarsi
oggi, nella nostra vita, per farci rinascere, per farci vivere come Gesù, per
farci risorgere già ora.
Ogni Eucaristia è proprio questo: un anticipo di eternità.
Il Signore risorto si rende presente nel pane e nel vino per continuare a
incarnarsi in noi, per far morire ciò che blocca la nostra crescita umana e
spirituale, e per farci risorgere a vita nuova. È con questo sguardo che
iniziamo l’anno, invocando lo Spirito Santo.
La liturgia ambrosiana dell’Ottava di Natale mette in
evidenza questo mistero in modo particolare, perché oggi celebriamo la circoncisione
di Gesù, avvenuta otto giorni dopo la sua nascita, secondo l’usanza
ebraica. Gesù viene circonciso perché appartiene al popolo di Israele.
La circoncisione era – ed è ancora oggi per gli ebrei – il segno inciso nella
carne dell’alleanza di Dio con il suo popolo. Gesù è il punto di arrivo di
questa alleanza.
Ma proprio Gesù ci insegnerà che la vera circoncisione, il
vero segno dell’appartenenza a Dio, non è inciso nella carne, ma nel cuore:
è l’amore. È l’amore che ci rende simili a Dio, è l’amore che dice a chi
apparteniamo. Per questo noi non veniamo circoncisi: perché Dio, in Gesù, sceglie
di entrare nella carne di ogni uomo e di ogni donna, in qualunque luogo,
cultura, fede, storia personale. Dio si incarna lì dove siamo, per fare nuove
tutte le cose, per rinnovarci, per insegnarci a vivere ogni situazione con uno
sguardo diverso, anche lasciando andare ciò che intralcia questo cammino di
crescita.
In questo orizzonte si comprende anche il tema della
benedizione, che oggi ascoltiamo nella prima lettura. La benedizione
biblica non è una formula magica, né un augurio generico. È una parola che
crea, che apre un futuro, che mette la vita sotto lo sguardo buono di Dio.
Quando Dio benedice, dice: tu puoi vivere, tu puoi camminare, io sono con te.
Iniziare l’anno sotto la benedizione di Dio significa credere che la nostra
vita non è abbandonata al caso, ma è abitata.
E insieme alla benedizione, oggi emerge anche il tema del
nome. A Gesù viene imposto un nome: Gesù, “Dio salva”. Il nome,
nella Bibbia, non è un’etichetta, ma dice l’identità, la vocazione, il senso di
una vita. Dare un nome significa riconoscere che qualcuno è chiamato, è
conosciuto, è amato. E questo vale anche per noi: ciascuno di noi inizia questo
anno con un nome pronunciato da Dio, non con un numero, non con un
ruolo, non con ciò che produce o fallisce.
Tutto questo si riflette nella parola di san Paolo ai
Filippesi: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Se Dio
ha svuotato sé stesso per entrare nella nostra umanità, l’augurio per questo
nuovo anno è che ciascuno di noi avverta questa presenza nella propria vita. E
allora possiamo dirlo con serenità: qualunque cosa accada, potrà essere un
buon anno, perché lo Spirito è capace di trasformare ogni situazione, anche
la più faticosa, in occasione di grazia.
Questo vale per la vita personale, ma vale anche per la vita
della nostra comunità. Veniamo da un anno in cui abbiamo provato a
camminare, a discernere, a compiere alcuni passi, e sappiamo che altri ne
restano da fare. Iniziare l’anno non significa avere tutto chiaro, ma rimetterci
in cammino sotto la benedizione di Dio, lasciandoci guidare dal suo
Spirito.
Non è un caso che oggi celebriamo anche la Giornata
mondiale della pace. Nel suo Messaggio per il 2026, Papa Leone XIV ci
ricorda con parole molto forti che preparare la pace attraverso il riarmo è
un’assurdità. La pace non nasce dall’accumulo di armi, ma da cuori
disarmati, capaci di relazione, di fiducia, di ascolto. È la logica stessa del
Vangelo: quella di un Dio che non si impone con la forza, ma che entra nella
carne, che si affida, che ama fino in fondo.
Allora, all’inizio di questo nuovo anno, chiediamo davvero
allo Spirito Santo questo dono: avere in noi gli stessi sentimenti di Cristo,
per essere persone benedette che benedicono, uomini e donne che portano pace,
comunità che sanno camminare insieme. E affidiamo con fiducia a Dio i giorni
che verranno, certi che Lui continua a incarnarsi nella nostra storia, per
farla diventare luogo di vita nuova.