sabato 27 dicembre 2025

28/12/25 DOMENICA FESTA SANTI INNOCENTI MARTIRI

Celebriamo oggi il quarto giorno dell’Ottava di Natale. Natale e Pasqua sono feste così importanti che la Chiesa non si accontenta di un solo giorno: li prolunga per otto giorni, per restarci dentro più a lungo. Otto non è un numero casuale: nella settimana di sette giorni, l’ottavo è il giorno che va oltre il 

tempo, il giorno della vita nuova, della risurrezione, dell’eternità. Per i cristiani, infatti, il primo giorno della settimana non è il lunedì, ma la domenica, il giorno in cui Cristo è risorto. Eppure anche noi, spesso senza accorgercene, ci siamo adeguati alla mentalità del mondo: chiamiamo la domenica “fine settimana”, come se fosse la fine di tutto, invece che l’inizio, il giorno che dà senso a tutta la settimana. Proprio per questo, i cristiani cominciarono a chiamare la domenica anche l’ottavo giorno, quello che ci fa già pregustare l’eternità, perché nell’Eucaristia Cristo è davvero presente, crocifisso e risorto. Prolungare il Natale per otto giorni significa allora riconoscere che non celebriamo un ricordo del passato, ma un evento che continua oggi. L’Incarnazione non è solo un fatto di duemila anni fa: Dio vuole incarnarsi in noi, prendere la nostra carne, la nostra vita concreta, per trasformarla a immagine di Gesù. È un cammino che dura tutta la vita, per poter entrare anche noi pienamente, dopo la morte del corpo, nell’ottavo giorno, quello che non finisce. Non è un caso che nei primi giorni dell’Ottava la Chiesa celebri santo Stefano, san Giovanni e oggi i Santi Innocenti. Stefano, con il suo martirio, sembra “rovinare” la festa del Natale. In realtà rovina il Natale pagano, quello senza Gesù, e ci mostra qual è il vero Natale: quando nasciamo, quando diventiamo uomini e donne a immagine di Cristo, cosa che si realizza pienamente, come dicevo, dopo la morte del corpo, quando entriamo pienamente nell’ottavo giorno, tanto che la morte di chi ha vissuto con Cristo, per Cristo e in Cristo viene chiamata il dies natalis, il giorno del suo vero natale. San Giovanni ci ricorda che non si segue Gesù solo morendo per Lui, ma vivendo con Lui. E oggi, la festa dei bambini innocenti uccisi da Erode ci mettono davanti al dramma del male che colpisce i più piccoli e i più indifesi. E’ solo il Vangelo di Matteo a parlarci di questo fatto. È l’evangelista che, a differenza di Luca, ci racconta un Natale drammatico; Erode, la strage dei bambini, la fuga in Egitto di Giuseppe, Maria e Gesù. Questo perché gli evangelisti non fanno una cronaca storica, ma vogliono raccontare verità di fede, e i racconti dell’infanzia di Gesù, narrati solo da Matteo e Luca, sono scritti come se fossero l’ouverture di un’opera, per anticipare i temi che verranno sviluppati nel loro Vangelo. Matteo scrive per cristiani di origine ebraica e ha la necessità di confermare la loro fede cercando di presentare Gesù come il nuovo Mosè, ma più grande di Mosè. Per cui, come Mosè, anche Gesù scampa alla strage dei bambini; come Mosè conduce il popolo verso la libertà fuori dall’Egitto, così Gesù conduce il popolo verso la vera libertà, quella dal peccato e dalla morte: proprio l’Egitto, terra che fu di schiavitù, ora diventa terra di salvezza, per dire che Dio non ci salva dal dolore e dalla morte, ma abitando e attraversando con noi il peccato, il dolore e la morte. Il racconto della strage degli Innocenti, perciò, non è una ricostruzione storica: è un modo potente per dire che tra chi perseguita e chi è perseguitato, Dio sta sempre dalla parte delle vittime. Gesù stesso, fin dall’inizio, è un perseguitato, un profugo, un migrante. Fugge in Egitto ed è accolto proprio dai pagani, dagli stranieri, da coloro che erano considerati esclusi dalla salvezza. Ecco perché Matteo, a differenza di Luca, quando nasce Gesù parla dei Magi e non dei pastori: per dire che la salvezza è per tutti, che Dio non esclude nessuno dal suo raggio d’amore capace di raggiungere tutti, anche chi era giudicato escluso dalla salvezza come i popoli stranieri, rappresentati dai Magi. Un messaggio di un’attualità impressionante. Chi esclude un uomo, rifiuta Dio. Perché Dio, facendosi uomo, ha assunto la carne di ogni uomo. Non è un Dio lontano, in cielo, ma un Dio presente in ogni volto umano, soprattutto in quello più fragile. I Santi Martiri Innocenti ci ricordano, dunque, che il Natale non è una favola dolce, ma l’ingresso di Dio in un mondo ferito, nel quale ancora sono migliaia gli innocenti che soffrono, a causa delle ingiustizie del mondo, per la fame, la povertà e la guerra. Non è che Dio permette il male. Dio, il male, lo detesta. Ma non agisce dall’alto per eliminarlo. Agisce incarnandosi in ogni creatura attraverso il suo Spirito, per condividere il dolore chi patisce ingiustizie e per convertire il cuore di chi le compie, per fare entrare tutti nell’ottavo giorno. E anche a noi continua a chiederci da che parte vogliamo stare: con Erode o con i bambini, con chi difende il potere o con chi difende la vita. E proprio oggi, mentre in tutto il mondo si chiude ufficialmente il Giubileo dei “pellegrini di speranza”, questa Parola ci dice quale deve essere il suo frutto. La speranza cristiana non è ottimismo, né fuga dal dolore: è la certezza che Dio cammina con l’uomo dentro la storia, anche quando è ferita. Essere pellegrini di speranza significa allora questo: stare dalla parte degli innocenti, non rassegnarsi al male, non considerarlo normale o inevitabile, ma attraversarlo con Cristo, portando segni concreti di vita, di giustizia, di accoglienza. Se il Giubileo ha lasciato un segno, lo vedremo da qui: dalla capacità di riconoscere il volto di Dio in ogni uomo, soprattutto nel più fragile, e di scegliere ogni giorno, senza ambiguità, da che parte stare. Così il Giubileo non finisce oggi, ma continua nel nostro cammino, come pellegrini che avanzano verso l’ottavo giorno, sostenuti da una speranza che non delude.