Ascoltare in Avvento il Vangelo della Domenica delle Palme fa sempre un certo effetto. Sembra quasi un fuori programma. Eppure per noi ambrosiani è un appuntamento fisso: alla quarta domenica di
Avvento, eccolo lì, il racconto dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Solo che cambia completamente la prospettiva: nella Settimana Santa è l’inizio della Passione; in Avvento, invece, è l’annuncio che Dio entra nella nostra storia — oggi, ogni giorno — e che un giorno la compirà, quando finalmente il male non avrà più appigli e Dio sarà tutto in tutti.
Nel frattempo viviamo nell’attesa… ma un’attesa in
movimento, perché il Signore continua a venire. E proprio questo episodio ci
rivela come viene Dio: qual è il suo “stile”.
Gli abitanti di Gerusalemme aspettavano un Messia forte, un
liberatore capace di schiacciare gli oppressori. Un’attesa molto concreta,
molto simile a quella degli ucraini che sperano nella fine della guerra, o a
quella di tante famiglie che visitiamo in questi giorni e che chiedono a Dio di
risolvere una crisi, una malattia, un peso che li schiaccia. L’“Osanna” che
cantavano — e che noi ripetiamo a ogni Messa — significa proprio questo: salvaci!
È il grido dell’umanità fragile, quella che Isaia descrive come erba e fiori
del campo: bella, sì, ma fragile, bisognosa di un Dio che entra e sistema
tutto.
E invece Gesù entra a Gerusalemme mostrando che Dio ha
scelto un’altra via. Non il cavallo da guerra, ma un’asina e un puledro. Non
potenza, ma mitezza. Non qualcuno che domina dall’alto, ma qualcuno disposto a
portare i pesi degli altri. È lo stile del Dio che nasce in una mangiatoia, che
muore in croce, che si consegna nel pane e nel vino. È lo stile di Colui che —
come ricorda la lettera agli Ebrei — non vuole rituali perfetti da esibire, ma
un cuore disposto a fare il bene. Una vita disponibile a lasciarsi trasformare.
E qui arriva un dettaglio decisivo del Vangelo: l’asina e il
puledro sono legati. Gesù manda i discepoli a slegarli e aggiunge una
frase sorprendente: «Il Signore ne ha bisogno». L’unica volta nei Vangeli in
cui Gesù dice di sé di essere “il Signore”… e lo fa esprimendo un bisogno.
Ma come? Dio ha dei bisogni?
Sì. Il Dio onnipotente che non ha bisogno di nulla è quello
che ci costruiamo noi, quello che ci fa arrabbiare perché non interviene come
vorremmo. Il Dio di Gesù è diverso: è potente, sì, ma è potente nell’amore, e
per questo ha bisogno della nostra disponibilità. Ha bisogno che noi sciogliamo
ciò che ci blocca: il nostro egoismo, le nostre paure, la tentazione di
controllare tutto, la sfiducia che ci rende immobili.
Quando apriamo la mano, quando ci mettiamo in gioco per
servire — per accorgerci di qualcuno, per portare un peso che non è il nostro,
per fare il piccolo bene possibile — allora permettiamo a Dio di entrare nelle
vite delle persone attraverso di noi. Attraverso il nostro “sì” minuscolo, Lui
raggiunge qualcuno con la sua pace, la sua consolazione, la sua presenza.
Qualcuno dirà che questo stile è da ingenui. Ma il Vangelo
risponde con disarmante semplicità: «Il Signore ne ha bisogno». Lui non
trattiene nulla: prende ciò che gli offriamo e ce lo restituisce trasformato. È
quello che accade nell’Eucaristia.
Ogni giorno possiamo decidere: lasciare l’asino legato —
chiusi nelle nostre paure, nelle nostre pretese — oppure slegarlo e lasciare
che Dio passi attraverso le nostre mani, la nostra voce, il nostro tempo. Se
scegliamo di slegarlo, diventiamo un po’ più simili a Lui, e il nostro “Osanna”
non sarà più un grido nel vuoto, ma l’inizio di una salvezza che prende forma —
davvero — dentro la nostra vita.