lunedì 8 dicembre 2025

7/12/25 IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)

Ascoltare in Avvento il Vangelo della Domenica delle Palme fa sempre un certo effetto. Sembra quasi un fuori programma. Eppure per noi ambrosiani è un appuntamento fisso: alla quarta domenica di 

Avvento, eccolo lì, il racconto dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Solo che cambia completamente la prospettiva: nella Settimana Santa è l’inizio della Passione; in Avvento, invece, è l’annuncio che Dio entra nella nostra storia — oggi, ogni giorno — e che un giorno la compirà, quando finalmente il male non avrà più appigli e Dio sarà tutto in tutti.

Nel frattempo viviamo nell’attesa… ma un’attesa in movimento, perché il Signore continua a venire. E proprio questo episodio ci rivela come viene Dio: qual è il suo “stile”.

Gli abitanti di Gerusalemme aspettavano un Messia forte, un liberatore capace di schiacciare gli oppressori. Un’attesa molto concreta, molto simile a quella degli ucraini che sperano nella fine della guerra, o a quella di tante famiglie che visitiamo in questi giorni e che chiedono a Dio di risolvere una crisi, una malattia, un peso che li schiaccia. L’“Osanna” che cantavano — e che noi ripetiamo a ogni Messa — significa proprio questo: salvaci! È il grido dell’umanità fragile, quella che Isaia descrive come erba e fiori del campo: bella, sì, ma fragile, bisognosa di un Dio che entra e sistema tutto.

E invece Gesù entra a Gerusalemme mostrando che Dio ha scelto un’altra via. Non il cavallo da guerra, ma un’asina e un puledro. Non potenza, ma mitezza. Non qualcuno che domina dall’alto, ma qualcuno disposto a portare i pesi degli altri. È lo stile del Dio che nasce in una mangiatoia, che muore in croce, che si consegna nel pane e nel vino. È lo stile di Colui che — come ricorda la lettera agli Ebrei — non vuole rituali perfetti da esibire, ma un cuore disposto a fare il bene. Una vita disponibile a lasciarsi trasformare.

E qui arriva un dettaglio decisivo del Vangelo: l’asina e il puledro sono legati. Gesù manda i discepoli a slegarli e aggiunge una frase sorprendente: «Il Signore ne ha bisogno». L’unica volta nei Vangeli in cui Gesù dice di sé di essere “il Signore”… e lo fa esprimendo un bisogno. Ma come? Dio ha dei bisogni?

Sì. Il Dio onnipotente che non ha bisogno di nulla è quello che ci costruiamo noi, quello che ci fa arrabbiare perché non interviene come vorremmo. Il Dio di Gesù è diverso: è potente, sì, ma è potente nell’amore, e per questo ha bisogno della nostra disponibilità. Ha bisogno che noi sciogliamo ciò che ci blocca: il nostro egoismo, le nostre paure, la tentazione di controllare tutto, la sfiducia che ci rende immobili.

Quando apriamo la mano, quando ci mettiamo in gioco per servire — per accorgerci di qualcuno, per portare un peso che non è il nostro, per fare il piccolo bene possibile — allora permettiamo a Dio di entrare nelle vite delle persone attraverso di noi. Attraverso il nostro “sì” minuscolo, Lui raggiunge qualcuno con la sua pace, la sua consolazione, la sua presenza.

Qualcuno dirà che questo stile è da ingenui. Ma il Vangelo risponde con disarmante semplicità: «Il Signore ne ha bisogno». Lui non trattiene nulla: prende ciò che gli offriamo e ce lo restituisce trasformato. È quello che accade nell’Eucaristia.

Ogni giorno possiamo decidere: lasciare l’asino legato — chiusi nelle nostre paure, nelle nostre pretese — oppure slegarlo e lasciare che Dio passi attraverso le nostre mani, la nostra voce, il nostro tempo. Se scegliamo di slegarlo, diventiamo un po’ più simili a Lui, e il nostro “Osanna” non sarà più un grido nel vuoto, ma l’inizio di una salvezza che prende forma — davvero — dentro la nostra vita.