Le letture di questa quinta domenica di Avvento ci invitano a fare un passaggio decisivo: uscire dal “prima” ed entrare nel “dopo”, dal prima di Cristo al dopo Cristo. Cosa vuol dire? Nel vangelo di oggi, che è la conclusione del prologo del quarto vangelo, l’evangelista scrive: “Dio nessuno lo ha mai
visto; il Figlio… Lui lo ha raccontato.” Un’affermazione fondamentale. Sta dicendo che Dio nessuno lo conosce. Tutto ciò che noi sappiamo di Dio, è ciò che di Dio ci ha detto Gesù. Quindi, solo guardando Gesù noi possiamo sapere qualcosa di Dio. Quello che è stato detto di Dio “prima” di Gesù e non corrisponde a quello che Gesù ci ha raccontato, va buttato via. Il problema, che ci riguarda da vicino, è quando noi, che viviamo nel “dopo” Cristo, continuiamo a pensare Dio e a rapportarci con Dio a modo nostro, come se Gesù non ci fosse stato. Continuiamo cioè a pensare Dio secondo schemi legati a una religiosità naturale e che non corrispondono al volto di Dio che ci ha fatto vedere Gesù. Gli esempi sono tanti, ne parlerò tra poco. Concentriamoci un attimo su questo “prima” di Gesù. San Paolo, nella lettera ai Galati, lo riassume dicendo che “la Legge è stata per noi un pedagogo.” Per “Legge”, Paolo intende tutto ciò che guidava la vita dell’israelita: i comandamenti, le norme morali, religiose, sociali, la vita del culto. Il pedagogo, nel mondo antico, era colui che accompagnava il bambino a scuola, lo lo sorvegliava, lo teneva lontano dai pericoli, lo correggeva anche duramente. Ma più di questo non poteva fare. Così era la Legge: buona, perché ti indicava il bene e il male, ti mostrava la volontà di Dio, ma non ti dava mai la forza di realizzarla, non trasformava il cuore. Anzi, ti metteva davanti tutta la tua debolezza e ti faceva nascere sensi di colpa, facendo nascere una domanda: “chi mi libererà dal male che porto dentro? Chi mi salverà davvero?”. Questo vale per la figura di Giovanni Battista. Il suo compito era lo stesso compito della Legge: indicare il bene, risvegliare il popolo addormentato, chiamare alla conversione, preparare i cuori con un battesimo di purificazione. Nient’altro. Infatti diceva: “Io non sono la luce.” Io posso svegliare la sete, ma non posso dissetarvi. Posso prepararvi, ma non posso riempirvi. Come la Legge, Giovanni è stato un pedagogo, un precursore. Il “dopo” è Gesù. È Lui la pienezza. Dalla sua pienezza, dice il vangelo, abbiamo ricevuto grazia su grazia. Cos’è questa grazia? Scrive san Paolo: scoprire che siamo figli di Dio. Cioè, con Gesù cambia tutto, perché la fede in Gesù vuol dire credere che Dio non è più un padrone da obbedire, ma un Padre che ci ama come figli, ed è lui, è accogliendo il suo amore che diventiamo capaci, finalmente, di compiere il bene che la Legge ci indicava senza darci la forza di compierlo. La sua grazia ci trasforma dall’interno: ci rende capaci di fare il bene non per dovere, non per paura, ma per amore. Ebbene, tornando a quanto dicevo all’inizio: questa rivelazione è così grande che rischia di non essere ancora accolta e vissuta proprio dagli stessi discepoli di Cristo, cioè da noi che viviamo nel dopo Cristo. Parlavo prima di molti esempi che potremmo fare a riguardo. Penso a quando uno prega “perché si deve”, non perché vuoi parlare al Padre; quando vai a Messa per abitudine o per non sentirti in colpa e metterti a posto la coscienza; quando hai paura di Dio perché lo pensi come un giudice severo e distante, esattamente il contrario di quello che Gesù ci ha fatto vedere; quando pensi di essere amato e accolto solo se fai il bravo, altrimenti vieni punito, e pensi che l’amore di Dio devi meritartelo; quando perciò vivi la fede come un peso; quando guardi la croce su cui Dio soffre e muore e continui ad arrabbiarti con Dio quando vedi che nel mondo ci sono sofferenze e c’è la morte; quando continuiamo a vivere secondo valori completamente distanti dal vangelo (penso a quando restiamo intrappolati nelle etichette e nei giudizi, dimenticando le parole di san Paolo che abbiamo letto dove dice che, siccome tutti siamo fratelli in Cristo, figli di un unico Padre, non c’è più divisione tra giudeo e greco, schiavo o libero, maschio o femmina); quando continuiamo ad avere bisogno di pedagoghi per camminare nella fede, per cui, anzichè aggrapparci a Cristo, si dipende da figure esterne (un prete, un gruppo, un catechista), al punto che, se quella figura sparisce, uno comincia a vacillare e interrompe il cammino di fede. Ecco cosa vuol dire vivere il rapporto con Dio come lo si viveva “prima” della venuta di Gesù che ci ha fatto vedere che Dio è un’altra cosa rispetto al nostro modo normale di pensarlo e a come lo pensano quelli che non sono cristiani. Il tempo di Avvento, invece, ci educa a vivere la vita come un continuo allenamento ad accogliere il Cristo che viene, cioè a convertire il nostro modo di vedere Dio dal “prima” al “dopo” Gesù.
E così sia.