sabato 27 dicembre 2025

21/12/25 VI DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)

Nel rito ambrosiano, la sesta domenica di Avvento corrisponde alla festa che, nel rito romano, si celebra l’1 gennaio, solo che, nel rito romano, si chiama Solennità di Maria Madre di Dio, mentre nel rito ambrosiano si chiama della Divina maternità di Maria, che è la stessa cosa, ma con un’aggiunta: festa 

dell’incarnazione del Signore. Per indicare che non è tanto una festa mariana, ma una festa del Signore, del Verbo eterno del Padre che si incarna nel grembo di Maria. È un anticipo del Natale, perché, se ci pensate, è vero che noi diciamo che uno nasce quando viene partorito, ma in realtà uno nasce, non quando viene partorito, ma nove mesi prima, cioè quando viene concepito nel grembo materno. Insomma, che ci piaccia o no, tutti abbiamo nove mesi in più rispetto alla nostra età anagrafica, con buona pace di chi si arrabbia quando qualcuno ricorda che l’aborto è un omicidio. Dunque, con questa festa, la Chiesa ambrosiana non vuole anticipare il Natale che verrà, ma ci porta dentro il cuore del Natale, ma al significato autentico della nascita di Gesù, del fatto cioè che Dio, con Gesù, entra nella carne dell’uomo, un Dio che non è uno che osserva dall’alto, che vede, giudica, aiuta, standosene lontano, ma viene di persona, entra nel tempo, nella storia, nella fragilità. Accetta di avere un corpo, una madre, un nome, una lingua, una casa. Questo significa una cosa molto concreta: nessuna parte della nostra vita è estranea a Dio. Che siano la stanchezza del lavoro, le relazioni complicate, la paura, la malattia, la fatica di credere: se Dio si è incarnato, allora non c’è nulla di umano che non possa diventare luogo dove Dio si manifesta. Dio non salva evitando la nostra condizione, ma assumendola. Non ci salva dal dolore: ci salva attraverso il dolore. Non ci salva dalla debolezza: ci salva nella debolezza. Ci salva perché ci fa vivere tutto in un modo nuovo. Questo cambia il nostro modo di vivere: non dobbiamo essere forti per essere credenti, non dobbiamo essere perfetti per essere amati, non dobbiamo fuggire la vita per incontrare Dio. Dio è già lì, nella carne che viviamo ogni giorno. Insomma, l’Incarnazione restituisce dignità alla vita quotidiana. Certo, perché, se Dio ha preso carne, allora il corpo conta, il tempo conta, i gesti semplici contano. L’Incarnazione dice che, per esempio, crescere un figlio, lavorare con onestà, prendersi cura di qualcuno, ricominciare dopo una caduta, non sono solo “cose umane”, ma luoghi in cui Dio continua a incarnarsi. La fede non ci porta via dal mondo. Ci rimette dentro, con uno sguardo nuovo. Ma attenzione: l’Incarnazione non avviene senza il consenso di Maria. Dio non entra con la forza. Chiede spazio. “Avvenga di me secondo la tua parola”. Non è una frase eroica. È una frase possibile. Maria avrebbe anche potuto non pronunciarla. Lo stesso vale per noi. L’incarnazione non è un fatto che riguardò Maria e basta, ma che riguarda noi. Quello che accadde a Maria, può accadere e deve accadere anche a noi, seppur in forma diversa, altrimenti non avrebbe senso. Noi non siamo qui a celebrare fatti misteriosi o miracolosi avvenuti nel passato che non toccano la nostra vita quotidiana, ma esattamente il contrario. Gesù è risorto, e proprio perché è risorto, col suo Spirito continua a incarnarsi in noi come fece fisicamente in Maria, se gli diciamo “Eccomi”. E questo “Eccomi” si concretizza quando impariamo ad accogliere la vita così com’è, nel bene e nel male, scoprendo, però, che Dio vuole viverla con noi. E continua a ripetere anche a noi, come a Maria, “rallegratevi” (notate come questo sia il verbo che accomuna il vangelo alle altre due letture di questa liturgia). Quell’Ave che l’angelo rivolse a Maria e che anche noi continuiamo a rivolgerle nella preghiera e nel canto, è il “rallegrati” che il Signore continua a ripetere a noi, anche e proprio quando ci sembra che ci sia ben poco di cui rallegrarsi. E ci spiega anche il motivo per cui dobbiamo rallegrarci: sicuramente non perché le cose vanno male (sarebbe mascochismo), ma nemmeno quando vanno bene perché vanno bene, ma perché lui è con noi, e perché siamo pieni di grazia, cioè siamo riempiti dal suo Spirito di vita e di amore.