Come ogni anno, la prima domenica di Avvento si apre con una pagina del Vangelo che, a un primo ascolto, può sembrare difficile e persino inquietante. Quest’anno la leggiamo nella versione di Matteo. Ho tralasciato i versetti facoltativi indicati sul foglietto, perché richiederebbero troppo tempo, e già non
è semplice dire qualcosa su un testo così denso, senza dimenticare le altre due letture, altrettanto impegnative, alle quali accennerò solo per collegarle al Vangelo. Dicevo che queste parole di Gesù sono angoscianti solo in apparenza, perché in realtà sono parole di incoraggiamento e di speranza. Gesù inizia annunciando la distruzione del Tempio di Gerusalemme, come effettivamente accadde nel 70 d.C., ma non la presenta come una sciagura: quel Tempio, come lui stesso aveva denunciato, non era più la casa di Dio, ma il centro di un potere politico e religioso che generava ingiustizia. La sua distruzione diventa allora il segno che tutte le strutture di potere e di male costruite dagli uomini sono destinate a crollare. San Paolo riprende questo stesso tema, e Gesù lo conferma citando il profeta Isaia: “il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo”. Il sole e la luna rappresentavano le false divinità; le stelle, gli astri, le potenze dei cieli erano i re e gli imperatori. Gesù cita e realizza questa profezia per dire che tutti i sistemi che schiacciano l’uomo, tutti coloro che si sostituiscono a Dio e nel suo nome compiono il male, sono destinati a dissolversi. Pensiamo, in tempi recenti, al crollo dell’impero nazista o al muro di Berlino: e così sarà anche dell’imperialismo arrogante delle potenze di oggi o dei fondamentalismi religiosi che alimentano odio e violenza, come quello che oggi insanguina Gaza. Tutto ciò che si erge come idolo e potere contro l’uomo è destinato a crollare. Per questo Gesù mette in guardia dai falsi messia — “molti verranno nel mio nome” — cioè dalle ideologie e dalle promesse di salvezza offerte dal mondo: surrogati di Dio che promettono felicità immediata ma non la mantengono. È il “mistero dell’iniquità” di cui parla san Paolo. Oggi questi falsi messia possono essere la ricerca del successo e del denaro a ogni costo, l’idea che conti solo il proprio interesse, il culto dell’efficienza, della tecnologia, del “fare ciò che mi piace e mi fa stare bene”. Oppure la fede cieca nel potere, nella corsa agli armamenti, nel leader forte che risolverà tutto. E c’è anche un’altra ideologia, più sottile ma devastante: quella del disincanto, di chi si arrende e dice “tanto non cambia nulla”. Tutte queste illusioni, che sembrano dominare, sono in realtà destinate a sbriciolarsi, perché inconsistenti. Poi Gesù parla di guerre, carestie, terremoti, e dell’amore che si raffredda. Ma precisa che tutto questo “è solo l’inizio dei dolori”: non dolori di morte, ma di parto. È il travaglio di un mondo che cerca nuova vita. Un’immagine potente: non si tratta di fuggire dalle prove, ma di viverle come un tempo di gestazione, in cui Dio ci chiama a collaborare con Lui per far nascere qualcosa di nuovo. È un invito a non lasciarci prendere dallo sconforto, a non restare spettatori della storia, ma a diventare “ostetrici del Regno”, uomini e donne che aiutano il bene a germogliare anche nelle situazioni più buie. Gesù pensa ai suoi discepoli, che di lì a poco sarebbero stati perseguitati e uccisi per la loro fedeltà al Vangelo. Ma li incoraggia: “Chi persevererà fino alla fine sarà salvato”. È una promessa: alla fine, solo il bene e chi compie il bene avrà la vittoria. E lo stesso vale per noi. Anche noi siamo chiamati a essere pellegrini di speranza, come ci ricorda il tema di questo anno giubilare. Viviamo in un mondo spesso smarrito e violento, ma il Vangelo ci invita a resistere, a non temere “l’insulto degli uomini”, come dice Isaia, a restare saldi. Alla fine, dice Gesù, “apparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo con grande potenza e gloria”. Questo segno è la croce, che rivela tutto l’amore di Dio. E il “Figlio dell’uomo” è l’uomo come Dio lo ha pensato: Gesù, certo, ma anche ogni uomo che, come lui, ama, perdona e costruisce pace. Più diventiamo umani, più diventiamo divini. Ecco il destino della storia: tutto ciò che non è umano sarà dissolto. Un discepolo di Gesù, allora, non ha motivo di temere o chiedersi con angoscia “dove andremo a finire”, perché il futuro è già stato svelato nella Pasqua: solo il bene resta, solo chi ama non morirà mai. Capite, allora, perché questo Vangelo, che a prima vista può sembrare inquietante, è invece un messaggio di consolazione e di speranza? E perché ci viene proposto proprio all’inizio dell’Avvento? Perché l’Avvento non è solo il tempo che prepara il Natale, ma il tempo in cui impariamo ad alzare lo sguardo verso la meta, ad attendere la venuta del Signore che continua a realizzarsi ogni volta che viviamo da uomini e donne nuovi, a sua immagine. È il tempo per riconoscere che Dio continua a venire, con la forza del suo Spirito, della sua Parola e dei sacramenti, per accompagnare le doglie di questo mondo che ancora geme nel travaglio del parto, fino al giorno in cui Dio sarà tutto in tutti, e ogni forma di male e di dolore sarà dissolta.