L’Avvento ci introduce nel cuore di uno dei misteri più profondi della fede: vivere tra ciò che Dio ha già iniziato e ciò che non ha ancora portato a compimento. Cioè, a guardare la realtà nell’ottica del “già e non ancora”. Provo a spiegarmi meglio rileggendo con voi la Parola di Dio che è stata proclamata.
Partiamo dal brano di Isaia. Il profeta rivolge il suo oracolo a un popolo ferito dall’esilio babilonese: case distrutte, identità smarrita, futuro incerto. In questa oscurità, pronuncia parole di luce: il deserto fiorirà, gli infermi guariranno, i pellegrini torneranno a Gerusalemme con gioia. Come per dire: anche se tutto intorno grida il contrario, Dio non ha abbandonato il suo popolo. Il “già” sta nella promessa fedele di Dio; il “non ancora” è la realtà di un popolo che, mentre ascolta queste parole, è ancora lontano da casa. Isaia dice: Dio è già ora all’opera, nelle crepe della storia, e prepara un cammino dove sembra non esserci strada. E il segno di questo “già” di Dio, è Gesù, e qui passiamo al brano di vangelo, dove troviamo Giovanni Battista, scoraggiato, in prigione, che manda i suoi discepoli a chiedere a Gesù: “Sei tu il Messia o dobbiamo aspettare un altro?”. Giovanni vede solo il “non ancora”, perché, con la venuta di Gesù, il mondo non era cambiato come lui sperava: i malvagi sembrano ancora vincere, la liberazione non arriva. E Gesù risponde con dei fatti, citando proprio le parole di Isaia: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, ai poveri è annunciato il Vangelo. Cioè, sta dicendo: “Il Regno è già iniziato. Ma non ancora nella sua pienezza.” Giovanni voleva un Messia forte, definitivo, risolutivo. Gesù si presenta come un Messia che opera nella fragilità, che costruisce futuro attraverso gesti di cura, vicinanza, guarigione. Il Regno c’è, ma cresce come un seme, non come un terremoto. A dimostrazione di questo, San Paolo, nel brano della lettera ai Romani, osserva che una parte di Israele non ha riconosciuto Gesù. Sembra un fallimento. Ma lui legge più in profondità: al “non ancora” di Israele corrisponde il “già” dei popoli pagani che, invece, hanno accolto il messaggio di Gesù. Proviamo adesso a incarnare questa Parola nel nostro presente, per individuare dove sta il “già” e dove sta il “non ancora”. Se guardiamo l’attualità, sembra prevalere il “non ancora”: paesi rasi al suolo dalla guerra, donne ancora uccise per mano di chi avrebbe dovuto amarle, adolescenti che sfogano il vuoto interiore in violenza, famiglie piegate da malattia e povertà, e una fede che in molti si è raffreddata, anche portando a disertare l’Eucaristia. Eppure, il “già” non è assente: tutti coloro che salvano vite sotto le bombe, i paesi che accolgono chi scappa da conflitti, chi lavora per proteggere i più fragili, famiglie che resistono e si sostengono, cristiani che, pur tra mille difficoltà, continuano a servire, pregare, costruire pace. Sono tutti segni di un Regno che cresce silenziosamente. Ecco, vedete, l’Avvento ci educa a questo sguardo doppio: realistico, perché non ignora il male, ma anche pieno di speranza, perché riconosce il bene già presente e all’opera. Non è evasione, né ingenuità. È una forma di maturità spirituale: saper vedere il fiore che nasce senza dimenticare il deserto, e saper vedere il deserto senza perdere di vista il fiore. Come il popolo di Israele in esilio, come Giovanni in prigione, anche noi viviamo tra un inizio già dato e un compimento che ancora attendiamo. Ma Dio cammina con noi: apre vie nel deserto, accende speranza dove sembrava spento tutto, e ci invita a diventare, ciascuno, un piccolo segno del suo Regno. Il Regno è “già” qui. Ma non ancora nella sua pienezza. Ma il Signore viene, e questo basta per camminare. Proprio con la forza che ci viene dall’Eucaristia. Ecco, vedete, l’Avvento ci educa a questo sguardo doppio: realistico, perché non ignora il male, ma anche pieno di speranza, perché riconosce il bene già presente e all’opera. Non è evasione, né ingenuità. È una forma di maturità spirituale: saper vedere il fiore che nasce senza dimenticare il deserto, e saper vedere il deserto senza perdere di vista il fiore. Come il popolo di Israele in esilio, come Giovanni in prigione, anche noi viviamo tra un inizio già dato e un compimento che ancora attendiamo. Ma Dio cammina con noi: apre vie nel deserto, accende speranza dove sembrava spento tutto, e ci invita a diventare, ciascuno, un piccolo segno del suo Regno. Il Regno è “già” qui. Ma non ancora nella sua pienezza. Ma il Signore viene, e questo basta per camminare. Proprio con la forza che ci viene dall’Eucaristia.