Il Vangelo di oggi comincia con una frase che, detta così, rischia quasi di scivolarci addosso:
“Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi”.
Ma uno potrebbe chiedere: quali cose?
Quelle che Gesù aveva detto poco prima. Cioè il Vangelo di domenica scorsa.
E qui siamo sinceri: chi se lo ricorda?
A volte non ricordiamo nemmeno cosa abbiamo mangiato ieri sera. Figuriamoci il
Vangelo di sette giorni fa.
Eppure è proprio qui il problema.
Perché la nostra vita prende forma dalle parole che ascoltiamo tutti i giorni.
Le parole ci entrano dentro: le notizie, i social, le paure, i discorsi sentiti
al lavoro, in famiglia, al bar. Pian piano diventano il nostro modo di pensare.
San Paolo diceva: “Noi abbiamo il pensiero di Cristo”.
Ma come facciamo ad avere il pensiero di Cristo se la sua Parola la ascoltiamo
distrattamente, non la capiamo o ce la dimentichiamo subito?
Eppure, tra tutte le parole che sentiamo, quella di Gesù è
l’unica che può davvero insegnarci a vivere.
Ebbene, per noi distratti che dimentichiamo con facilità, nel
brano precedente Gesù aveva detto:
“Se uno mi ama, osserverà la mia parola… e noi verremo a lui e prenderemo
dimora presso di lui”.
Tradotto nella vita concreta: se ti fidi davvero di Gesù, se
provi a vivere come lui — e il centro di tutto è “amatevi gli uni gli altri
come io ho amato voi” — allora succede qualcosa di enorme: Dio viene ad abitare
dentro di te.
Non sei più uno che tira avanti da solo.
Diventi casa di Dio. Dio non è un di più che si aggiunge, non è un impedimento
per vivere, ma è colui che potenzia tutto il bene che è dentro di me, tirando
fuori anche quello inespresso.
E forse oggi, nella festa della mamma, possiamo capire
qualcosa in più di questa immagine. Perché una madre sa cosa significa fare
spazio a un’altra vita dentro di sé, custodirla, nutrirla, amarla ancora prima
di vederla. In modo diverso, ma reale, anche Dio desidera abitare in noi così:
non come un ospite di passaggio, ma come una presenza che genera vita, che fa
crescere, che trasforma il cuore. E credo che molti di noi, ripensando alla
propria mamma o a una figura materna importante, abbiano imparato proprio lì le
prime parole concrete dell’amore, della cura, del perdono, della fede.
Per questo che Gesù promette lo Spirito Santo:
“Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”.
Cioè: vi aiuterà a capire il Vangelo nella vita di tutti i
giorni.
Quando devi perdonare e non ne hai voglia.
Quando sei stanco.
Quando ti senti ferito.
Quando hai paura.
Quando devi scegliere tra vendicarti o amare.
Per questo Gesù lo chiama Paraclito: consolatore, difensore,
aiuto.
Noi spesso preghiamo come se Dio fosse lontanissimo: da
qualche parte in cielo, forse distratto, sperando che prima o poi ci ascolti.
Invece il Vangelo dice una cosa sconvolgente: Dio è già dentro di noi.
Pregare allora non è convincere Dio a venirci vicino.
È accorgerci che lui è già qui.
È fermarsi un momento nel caos delle giornate e ritrovare
dentro di sé il respiro di Dio, la forza di guardare la vita come la guardava
Gesù.
E da qui nasce quella pace di cui parla il Vangelo:
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace”.
Non la pace del mondo.
La pace del mondo spesso è solo equilibrio di paure: io non
faccio del male a te perché temo che tu lo faccia a me.
Di questi tempi, verrebbe da dire: ci accontenteremmo già di questa.
Ma la pace di Gesù è molto di più.
È sapere di essere amati dal Padre.
È smettere di vivere sempre sulla difensiva.
È diventare persone che, invece di peggiorare il mondo, provano a renderlo un
po’ più umano.
Uno che entra in una stanza e porta serenità invece che
tensione.
Uno che rialza invece di schiacciare.
Uno che ascolta invece di giudicare subito.
È quello che Pietro aveva imparato a fare.
Negli Atti degli Apostoli lo vediamo rialzare uno storpio, un uomo bloccato
dalla vita. Pietro era diventato così pieno del modo di vivere di Gesù da
continuare le sue stesse opere. Come se Gesù, attraverso di lui, continuasse
ancora a rimettere in piedi le persone.
E infine il Vangelo si chiude con una frase che, se la
prendessimo sul serio, cambierebbe completamente il nostro modo di guardare la
morte:
“Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre”.
Noi ci saremmo aspettati il contrario:
“Se mi amate, state male per me, impedite che io muoia”.
Invece Gesù dice: rallegratevi.
Perché la morte non è la fine.
È un passaggio.
Per chi ha imparato ad amare come lui, la morte non è
precipitare nel nulla, ma entrare pienamente nell’abbraccio del Padre.
Molti cercano una frase da scrivere sul ricordino o sulla
tomba di una persona cara.
Forse poche parole sono più cristiane di queste:
“Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre”.
Oppure quelle del Vangelo di Luca:
“Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”.
Se Cristo è risorto, allora è vivo davvero.
E se è vivo, nessuno di quelli che amiamo è perduto.
Anzi, il Risorto adesso può essere vicino a tutti, sempre,
senza più i limiti del corpo e del tempo. Prima potevano incontrarlo solo
quelli che vivevano accanto a lui. Ora, attraverso lo Spirito, può abitare in
ciascuno di noi.
E questo vale anche per i nostri defunti.
Per questo, nell’eucaristia, noi non facciamo semplicemente memoria di chi non
c’è più.
Entriamo nella comunione dei vivi: vivi sulla terra e vivi in Dio.
Tutti insieme a rendere grazie al Signore della vita.