Il tema che unisce le letture di oggi è una parola che usiamo spesso, ma che forse comprendiamo poco: la salvezza.
Se chiedessimo che cosa significa essere salvati, molti risponderebbero: andare in Paradiso quando si muore.
La Bibbia, invece, ci dice qualcosa di ancora più bello. La
salvezza è la possibilità di vivere, già da adesso, una vita pienamente umana,
la stessa vita di Gesù, una vita così piena dell'amore di Dio da non poter
essere distrutta nemmeno dalla morte.
La prima lettura racconta un momento decisivo della storia
di Israele. Dopo quarant'anni di deserto, il popolo attraversa il Giordano ed
entra nella terra promessa. A quel punto Dio chiede a Giosuè di prendere dodici
pietre dal letto del fiume e di collocarle come memoriale.
Perché proprio delle pietre?
Perché un giorno i figli avrebbero chiesto: «Che cosa
significano queste pietre?»
E i genitori avrebbero potuto raccontare la loro storia: Noi
siamo il popolo che il Signore ha liberato dalla schiavitù e ha condotto fino a
qui.
Quelle pietre servivano a non perdere la memoria della
salvezza ricevuta.
Ed è proprio da qui che nasce la domanda rivolta a Gesù nel
Vangelo: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?»
È una domanda tipicamente ebraica. Molti pensavano che la
salvezza fosse un privilegio riservato a Israele.
Gesù risponde ribaltando completamente questa idea. Dice che
verranno persone da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno,
e prenderanno posto alla mensa del Regno di Dio.
La salvezza non è il privilegio di un popolo, di una cultura
o di una religione. È un dono che Dio offre a tutti. È quello che san Paolo
afferma con forza nella seconda lettura: Dio è il Signore non soltanto dei
Giudei, ma di tutti.
Ma allora viene spontanea un'altra domanda: se Dio chiama
tutti alla salvezza, che cosa bisogna fare per salvarsi?
Ed è qui che Gesù diventa molto concreto.
Dice: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta.»
Attenzione: la porta non è stretta perché Dio voglia far
passare pochi. Non è un esame di ammissione.
La porta è stretta perché non ci si passa con il proprio
egoismo, con la presunzione di essere migliori degli altri o con l'idea di
avere diritto alla salvezza solo perché apparteniamo al popolo giusto, alla
religione giusta o al gruppo giusto.
E questo vale sempre. Vale nel mondo di oggi, dove siamo
continuamente tentati di dividere l'umanità tra buoni e cattivi, tra chi merita
di essere accolto e chi no, tra chi è dei nostri e chi è contro di noi. Lo
vediamo nelle guerre che continuano a insanguinare il mondo, nelle
contrapposizioni politiche sempre più violente, dove ciascuno è convinto di
possedere tutta la verità e l'altro diventa un nemico da abbattere e da
remigrare.
Ma vale anche dentro la Chiesa. In questi mesi sentiamo
parlare continuamente di gruppi tradizionalisti e dello scisma dei lefebvriani.
Il problema non è celebrare la Messa in latino o in italiano, né preferire una
forma liturgica piuttosto che un'altra. Il problema nasce quando si pensa che
la salvezza dipenda soprattutto dall'osservanza di certe norme, dalla difesa di
alcune tradizioni o dall'appartenenza al gruppo "giusto", invece che
dal diventare ogni giorno più simili a Cristo nell'amore. Perché, se manca la
carità fraterna, anche la liturgia più solenne perde il suo significato.
Ma sarebbe troppo facile fermarsi ai lefebvriani. Anche noi
possiamo cadere nello stesso errore ogni volta che pensiamo che basti venire a
Messa, appartenere alla parrocchia giusta, recitare le nostre preghiere o
considerarci dei buoni cristiani.
Infatti, Gesù immagina qualcuno che gli dice: «Abbiamo
mangiato e bevuto con te.»
Tradotto per noi: siamo battezzati, veniamo a Messa,
ascoltiamo il Vangelo.
Eppure, Gesù risponde: «Non vi conosco.»
Questo perché Gesù riconosce come fratelli e sorelle quelli
che assomigliano a lui, quelli che fanno della propria vita un dono.
L'Eucaristia non è un lasciapassare per il Paradiso. È la
scuola in cui impariamo a diventare, come Gesù, pane spezzato per gli altri. Se
mangiamo il Pane della vita, ma poi non sappiamo condividere la nostra vita, il
Vangelo non ci ha ancora trasformati.
Per questo Gesù parla di «pianto e stridore di denti».
Non è un Dio che gode nel punire. È l'immagine del fallimento di chi, troppo
tardi, si accorge di aver sprecato la propria vita inseguendo ciò che non conta
davvero.
E allora comprendiamo anche l'ultima frase del Vangelo: «Vi
sono ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi.»
Gesù non sta consolando gli ultimi promettendo loro un
risarcimento futuro. Sta dicendo che chi si sente già "primo", perché
pensa di avere diritto alla salvezza per la sua appartenenza religiosa, rischia
di restare fuori proprio perché non ha capito il Vangelo. E chi, magari senza
saperlo, vive già l'amore di Dio verso gli altri, è molto più vicino al Regno
di quanto immagini.
Le dodici pietre del Giordano erano un memoriale della
salvezza di Dio. Oggi quel memoriale siamo chiamati a diventarlo noi. Quando la
nostra vita assomiglia sempre di più a quella di Gesù, allora anche gli altri,
guardandoci, possono scoprire che la salvezza non è anzitutto una promessa per
il futuro, ma una vita nuova che comincia già oggi e che, proprio per questo,
non finirà mai.