Provate a immaginare questa scena. Gesù entra nel Duomo di Milano. Si guarda attorno, ammira le vetrate, le colonne, le guglie. Poi, improvvisamente, comincia a rovesciare panche e sedie e a cacciare via preti e fedeli.
Eppure è quello che abbiamo ascoltato nel Vangelo. Gesù entra nel Tempio di Gerusalemme e provoca uno sconquasso.
Perché? E soprattutto, che cosa c'entra tutto questo con la
festa di oggi?
Cominciamo dalla prima lettura. Il profeta Baruc contempla
l'immensità della creazione: la terra, il mare, gli animali, le stelle che
brillano nel cielo e rispondono con gioia alla chiamata del Creatore.
È un'immagine bellissima della grandezza di Dio. Un Dio che
ha dato origine all'universo, che nessuno può contenere, tanto meno un edificio
costruito dagli uomini.
Eppure, proprio questo Dio immenso, scrive il profeta, ha
voluto farsi conoscere dagli uomini. Ha donato loro la sua sapienza, la strada
per imparare a vivere immenso ha voluto farsi conoscere e abitare tra noi.
Noi cristiani riconosciamo il compimento di questa promessa
in Gesù. È lui il vero tempio, il luogo nel quale Dio incontra l'umanità. E
attraverso di lui anche noi, con il nostro corpo, con tutta la nostra vita,
diventiamo dimora di Dio.
Ecco allora il significato degli edifici che chiamiamo
chiese. Sono importanti, custodiscono la nostra storia, ma sono soprattutto il
segno visibile di un'altra costruzione: la Chiesa fatta di pietre vive, che
siamo noi, i battezzati.
E questo ci aiuta a capire la solennità di oggi.
Ogni terza domenica di ottobre, noi ambrosiani celebriamo la
dedicazione del Duomo di Milano, consacrato nella sua forma attuale nel 1577 da
san Carlo Borromeo, ma con una tradizione che risale al V secolo.
Perché festeggiamo tutti la dedicazione di una chiesa che si
trova a Milano?
Perché il Duomo è la nostra Cattedrale, la chiesa del
Vescovo, il segno dell'unità di tutte le parrocchie della diocesi. Ci ricorda
che NON siamo tante comunità indipendenti, ma un'unica Chiesa, radunata attorno
a Cristo.
E adesso torniamo al Vangelo.
Gesù entra nel Tempio di Gerusalemme. E quello che trova non
gli piace affatto. Ci sono venditori, compratori, cambiavalute. E Gesù rovescia
i tavoli, caccia i mercanti.
Perché una reazione così violenta?
Non semplicemente perché nel Tempio si faceva commercio. Il
problema era molto più profondo.
Quel commercio era legato ai sacrifici religiosi. Si
compravano gli animali da offrire a Dio, si cambiava il denaro per pagare
quanto richiesto. Tutto questo alimentava un'immagine di Dio con il quale
bisognava continuamente mettersi in regola, attraverso offerte e sacrifici.
Come se il suo amore, il suo perdono, la sua benevolenza
dovessero essere acquistati.
Gesù rovescia i tavoli perché vuole rovesciare questa
immagine di Dio.
Il Padre non è un commerciante con il quale trattare. Non
vende il proprio amore. Lo dona gratuitamente.
E guardate che cosa succede subito dopo.
Matteo racconta che nel Tempio si avvicinano a Gesù ciechi e
storpi, ed egli li guarisce.
È un particolare importantissimo. Proprio quelle persone
che, a causa delle loro condizioni, erano considerate inadatte a partecipare
pienamente alla vita del Tempio, ora vengono accolte da Gesù.
Il Tempio torna così alla sua vera destinazione: non un
luogo dove si comprano favori divini, ma una casa dove chi soffre trova
accoglienza e vita.
E poi arrivano i bambini, che gridano: «Osanna al figlio di
Davide!».
Anche questa esclamazione merita una spiegazione. «Osanna»
significava originariamente «Salvaci, ti preghiamo!», ed era diventato un grido
di acclamazione. «Figlio di Davide» era invece un titolo messianico. Ma portava
con sé un'ambiguità: molti aspettavano un Messia simile al grande re Davide,
capace di sconfiggere i nemici e restituire potenza e prestigio a Israele.
Gesù è davvero il Messia, ma non quello che molti
immaginavano. Non viene a conquistare il potere, ma a servire; non a
sconfiggere gli avversari con la forza, ma a vincere il male attraverso
l'amore, fino alla croce.
I bambini acclamano il Messia autentico, anche se il
significato delle loro parole è molto più grande di quanto essi stessi possano
comprendere.
E mentre i responsabili religiosi si indignano, Gesù
accoglie la loro lode. Ancora una volta, sono i piccoli a riconoscere ciò che i
grandi non riescono a vedere.
E noi? Che Chiesa stiamo costruendo?
San Paolo, nella seconda lettura, parla di una grande casa,
dove ci sono vasi diversi, preziosi e comuni. Ma ciò che conta, dice, è
diventare strumenti utili al Signore, cercando insieme la giustizia, la fede,
la carità e la pace.
E questo riguarda concretamente ogni comunità cristiana, e
anche la nostra.
Per questo motivo, come già accennavo domenica scorsa mentre
celebravamo la dedicazione di questa chiesa, la cura della nostra fede, della
nostra coscienza, della nostra vita interiore, della nostra capacità di amare,
perdonare, accogliere, deve essere ancor più superiore dell’investimento che
stiamo compiendo per riqualificare i nostri edifici. Le mura hanno bisogno di
manutenzione. Ma anche il cuore ha bisogno di essere continuamente rinnovato. E
questa è un'opera che non finisce mai. Come la fabbrica del Duomo.
E proprio nel Duomo di Milano, ieri pomeriggio abbiamo
vissuto un segno bellissimo di questa costruzione spirituale.
L'arcivescovo Mario Delpini ha istituito due ministri della
nostra Comunità: Mariangela Longhi, lettrice, e Marco Colombo, catechista.
La Chiesa ha riconosciuto in loro dei doni, maturati
attraverso un cammino di formazione e discernimento, perché siano messi al
servizio di tutti.
Mariangela, perché la Parola di Dio sia sempre più ascoltata
e amata. Marco, perché la fede sia annunciata, trasmessa e condivisa.
È un segno di una Chiesa nella quale tutti, sacerdoti e
laici, siamo corresponsabili della missione. E oggi li ringraziamo e
accompagniamo con la nostra preghiera.
Il nostro Arcivescovo ci ha consegnato per quest'anno una
domanda: «Che allegria c'è?». Noi l'abbiamo tradotta in un impegno: «Una gioia
che si condivide».
Ecco: la gioia nasce quando smettiamo di difendere ciascuno
il proprio spazio e cominciamo a fare spazio agli altri. Quando i doni di
qualcuno diventano ricchezza per tutti. Quando nessuno si sente escluso.
Tra poco celebreremo l'Eucaristia. Purtroppo, per motivi
pratici, il pane che viene consacrato nella liturgia è già spezzettato in forma
di dischetti che tutto fanno pensare, fuorchè al pane, sebbene, poi, l’ostia
più grande venga spezzata dal prete. Molto più simbolico sarebbe consacrare un
pane grande da spezzare e distribuire, perché aiuterebbe a capire che non ci
sono tre pani, uno per ogni parrocchia, o tante piccole ostie per ogni fedele,
ma c’è un unico pane, il corpo di Cristo, che fa di noi un solo corpo.
Chiediamo al Signore che questa comunione diventi sempre più
la nostra vita.
Perché le nostre chiese siano edifici belli e accoglienti,
ma soprattutto perché sia bella e accogliente la Chiesa che noi stessi siamo
chiamati a costruire.