martedì 20 ottobre 2026

18/10/26 DOMENICA DELLA DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO (ANNO A)

Provate a immaginare questa scena. Gesù entra nel Duomo di Milano. Si guarda attorno, ammira le vetrate, le colonne, le guglie. Poi, improvvisamente, comincia a rovesciare panche e sedie e a cacciare via preti e fedeli.

Eppure è quello che abbiamo ascoltato nel Vangelo. Gesù entra nel Tempio di Gerusalemme e provoca uno sconquasso.

Perché? E soprattutto, che cosa c'entra tutto questo con la festa di oggi?

Cominciamo dalla prima lettura. Il profeta Baruc contempla l'immensità della creazione: la terra, il mare, gli animali, le stelle che brillano nel cielo e rispondono con gioia alla chiamata del Creatore.

È un'immagine bellissima della grandezza di Dio. Un Dio che ha dato origine all'universo, che nessuno può contenere, tanto meno un edificio costruito dagli uomini.

Eppure, proprio questo Dio immenso, scrive il profeta, ha voluto farsi conoscere dagli uomini. Ha donato loro la sua sapienza, la strada per imparare a vivere immenso ha voluto farsi conoscere e abitare tra noi.

Noi cristiani riconosciamo il compimento di questa promessa in Gesù. È lui il vero tempio, il luogo nel quale Dio incontra l'umanità. E attraverso di lui anche noi, con il nostro corpo, con tutta la nostra vita, diventiamo dimora di Dio.

Ecco allora il significato degli edifici che chiamiamo chiese. Sono importanti, custodiscono la nostra storia, ma sono soprattutto il segno visibile di un'altra costruzione: la Chiesa fatta di pietre vive, che siamo noi, i battezzati.

E questo ci aiuta a capire la solennità di oggi.

Ogni terza domenica di ottobre, noi ambrosiani celebriamo la dedicazione del Duomo di Milano, consacrato nella sua forma attuale nel 1577 da san Carlo Borromeo, ma con una tradizione che risale al V secolo.

Perché festeggiamo tutti la dedicazione di una chiesa che si trova a Milano?

Perché il Duomo è la nostra Cattedrale, la chiesa del Vescovo, il segno dell'unità di tutte le parrocchie della diocesi. Ci ricorda che NON siamo tante comunità indipendenti, ma un'unica Chiesa, radunata attorno a Cristo.

E adesso torniamo al Vangelo.

Gesù entra nel Tempio di Gerusalemme. E quello che trova non gli piace affatto. Ci sono venditori, compratori, cambiavalute. E Gesù rovescia i tavoli, caccia i mercanti.

Perché una reazione così violenta?

Non semplicemente perché nel Tempio si faceva commercio. Il problema era molto più profondo.

Quel commercio era legato ai sacrifici religiosi. Si compravano gli animali da offrire a Dio, si cambiava il denaro per pagare quanto richiesto. Tutto questo alimentava un'immagine di Dio con il quale bisognava continuamente mettersi in regola, attraverso offerte e sacrifici.

Come se il suo amore, il suo perdono, la sua benevolenza dovessero essere acquistati.

Gesù rovescia i tavoli perché vuole rovesciare questa immagine di Dio.

Il Padre non è un commerciante con il quale trattare. Non vende il proprio amore. Lo dona gratuitamente.

E guardate che cosa succede subito dopo.

Matteo racconta che nel Tempio si avvicinano a Gesù ciechi e storpi, ed egli li guarisce.

È un particolare importantissimo. Proprio quelle persone che, a causa delle loro condizioni, erano considerate inadatte a partecipare pienamente alla vita del Tempio, ora vengono accolte da Gesù.

Il Tempio torna così alla sua vera destinazione: non un luogo dove si comprano favori divini, ma una casa dove chi soffre trova accoglienza e vita.

E poi arrivano i bambini, che gridano: «Osanna al figlio di Davide!».

Anche questa esclamazione merita una spiegazione. «Osanna» significava originariamente «Salvaci, ti preghiamo!», ed era diventato un grido di acclamazione. «Figlio di Davide» era invece un titolo messianico. Ma portava con sé un'ambiguità: molti aspettavano un Messia simile al grande re Davide, capace di sconfiggere i nemici e restituire potenza e prestigio a Israele.

Gesù è davvero il Messia, ma non quello che molti immaginavano. Non viene a conquistare il potere, ma a servire; non a sconfiggere gli avversari con la forza, ma a vincere il male attraverso l'amore, fino alla croce.

I bambini acclamano il Messia autentico, anche se il significato delle loro parole è molto più grande di quanto essi stessi possano comprendere.

E mentre i responsabili religiosi si indignano, Gesù accoglie la loro lode. Ancora una volta, sono i piccoli a riconoscere ciò che i grandi non riescono a vedere.

E noi? Che Chiesa stiamo costruendo?

San Paolo, nella seconda lettura, parla di una grande casa, dove ci sono vasi diversi, preziosi e comuni. Ma ciò che conta, dice, è diventare strumenti utili al Signore, cercando insieme la giustizia, la fede, la carità e la pace.

E questo riguarda concretamente ogni comunità cristiana, e anche la nostra.

Per questo motivo, come già accennavo domenica scorsa mentre celebravamo la dedicazione di questa chiesa, la cura della nostra fede, della nostra coscienza, della nostra vita interiore, della nostra capacità di amare, perdonare, accogliere, deve essere ancor più superiore dell’investimento che stiamo compiendo per riqualificare i nostri edifici. Le mura hanno bisogno di manutenzione. Ma anche il cuore ha bisogno di essere continuamente rinnovato. E questa è un'opera che non finisce mai. Come la fabbrica del Duomo.

E proprio nel Duomo di Milano, ieri pomeriggio abbiamo vissuto un segno bellissimo di questa costruzione spirituale.

L'arcivescovo Mario Delpini ha istituito due ministri della nostra Comunità: Mariangela Longhi, lettrice, e Marco Colombo, catechista.

La Chiesa ha riconosciuto in loro dei doni, maturati attraverso un cammino di formazione e discernimento, perché siano messi al servizio di tutti.

Mariangela, perché la Parola di Dio sia sempre più ascoltata e amata. Marco, perché la fede sia annunciata, trasmessa e condivisa.

È un segno di una Chiesa nella quale tutti, sacerdoti e laici, siamo corresponsabili della missione. E oggi li ringraziamo e accompagniamo con la nostra preghiera.

Il nostro Arcivescovo ci ha consegnato per quest'anno una domanda: «Che allegria c'è?». Noi l'abbiamo tradotta in un impegno: «Una gioia che si condivide».

Ecco: la gioia nasce quando smettiamo di difendere ciascuno il proprio spazio e cominciamo a fare spazio agli altri. Quando i doni di qualcuno diventano ricchezza per tutti. Quando nessuno si sente escluso.

Tra poco celebreremo l'Eucaristia. Purtroppo, per motivi pratici, il pane che viene consacrato nella liturgia è già spezzettato in forma di dischetti che tutto fanno pensare, fuorchè al pane, sebbene, poi, l’ostia più grande venga spezzata dal prete. Molto più simbolico sarebbe consacrare un pane grande da spezzare e distribuire, perché aiuterebbe a capire che non ci sono tre pani, uno per ogni parrocchia, o tante piccole ostie per ogni fedele, ma c’è un unico pane, il corpo di Cristo, che fa di noi un solo corpo.

Chiediamo al Signore che questa comunione diventi sempre più la nostra vita.

Perché le nostre chiese siano edifici belli e accoglienti, ma soprattutto perché sia bella e accogliente la Chiesa che noi stessi siamo chiamati a costruire.