La Chiesa celebra la nascita di Maria il giorno dell’Immacolata.
E celebra la sua morte oggi, con la festa dell’Assunzione.
Perché?
Per dirci una cosa molto semplice e, allo stesso tempo,
enorme: la morte è la fine del corpo, ma non è la fine dell’esistenza.
Anzi, è l’assunzione di tutta la persona nella vita di Dio.
Corpo ed anima vuol dire tutta la persona, tutto il nostro essere, non il
nostro corpo fisico che va a finire sottoterra o in cenere.
Anche l’espressione «in cielo» (Maria assunta in
cielo, Gesù asceso al cielo, Padre nostro che sei nei cieli) non si riferisce
alla volta celeste che vediamo sopra di noi! Per intenderci, Maria non è
diventata, insieme a Gesù, una specie di astronauta ante litteram!
Il «cielo», nella Bibbia, indica la dimensione di Dio.
Essere assunti in cielo significa entrare nella vita di Dio.
Questa è la risurrezione: la persona intera viene portata alla pienezza
della vita di Dio.
Come è accaduto anzitutto a Gesù.
Certo.
Ma se fosse successo soltanto a lui, verrebbe da dire: beato
lui e buonanotte!
Invece no.
San Paolo ci dice:
«Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti».
La primizia è il primo frutto del raccolto.
E il primo frutto non è un’eccezione.
È l’inizio del raccolto che verrà.
Cristo è il primo.
E se c’è un primo, c’è un seguito: «quelli che sono di
Cristo».
Chi sono?
Non semplicemente quelli che sono stati bravi. Sono quelli
che hanno vissuto nella relazione con Cristo, lasciandosi guidare dal suo
Vangelo, dall’amore, dalle Beatitudini.
Così è stato per Maria.
Per questo Maria non è un’eccezione che Dio si è concesso.
In Maria la Chiesa vede già anticipato ciò che Cristo
promette a tutti quelli che gli appartengono.
E l’Apocalisse ci racconta la stessa cosa con un linguaggio
completamente diverso.
Giovanni vede una donna vestita di sole, con la luna sotto i
piedi e dodici stelle sul capo.
Chi è questa donna?
Prima di tutto, nella simbologia dell’Apocalisse, è il
popolo di Dio: Israele e poi la Chiesa. Le dodici stelle richiamano infatti
le dodici tribù d’Israele e poi i dodici apostoli.
Quella donna è incinta e grida per le doglie del parto.
Un’immagine per dire che qualcosa di nuovo sta nascendo,
ma attraverso la sofferenza che nasce dalla lotta contro il male.
Infatti, davanti alla donna compare un enorme drago rosso.
Il drago rappresenta il male, la violenza, la morte, tutte
le ideologie che cercano di convincerci che il male sia più forte del bene e
che la morte sia la fine di tutto.
E il drago vuole divorare il bambino.
Ma non ci riesce.
Il bambino nasce e viene «rapito verso Dio e verso il suo
trono».
Perché quel bambino è Cristo.
Giovanni, in poche immagini, sta raccontando la Pasqua: Cristo
muore, risorge e viene accolto nella gloria di Dio.
Il drago può perseguitare.
Può ferire.
Può perfino uccidere.
Ma non può impedire a Dio di portare la sua creatura alla
vita.
È quello che dice anche san Paolo quando parla dei
«Principati e delle Potenze»: le realtà spirituali invisibili che, nella
concezione del mondo antico, sembravano esercitare un potere sulla storia.
Paolo dice che alla fine anche loro saranno ridotte al
nulla.
Perché nessuna potenza, nessun potere, nessuna forza del
male può avere l’ultima parola.
Ed è esattamente quello che Maria canta nel Magnificat:
«Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli
umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote».
Uno potrebbe guardare il mondo e dirle:
«Maria, ma sei sicura? Perché, a guardare come vanno le
cose, sembrerebbe proprio il contrario!».
E invece Maria ci consegna lo sguardo della fede:
il destino del mondo non è la vittoria del male,
dell’ingiustizia, della prepotenza, della sopraffazione, e nemmeno della morte.
È la loro sconfitta.
Certo, lentamente.
Come le doglie di un parto.
Ecco perché noi cristiani non possiamo essere gente che si
rassegna al male.
Siamo pellegrini, portatori di giustizia e di speranza,
anche quando la realtà sembra dire il contrario.
E questo vale soprattutto davanti alla morte.
Noi la chiamiamo anche «eterno riposo». Non perché
immaginiamo i nostri morti addormentati per sempre, ma perché sono entrati nel
riposo di Dio, nella pienezza della sua vita.
Nei primi secoli, soprattutto in Oriente, la morte di Maria
veniva infatti chiamata Dormizione.
E ci sono antiche icone che la raffigurano così, come quella
che vedete proiettata sullo schermo.
Maria è distesa sul letto.
Gesù le sta accanto.
Ma guardate bene: Gesù tiene tra le braccia una piccola
creatura avvolta nelle fasce.
Quella creatura è Maria.
Durante la sua vita era Maria a tenere Gesù tra le braccia.
Ora è Gesù che tiene Maria tra le braccia.
E forse questa è la cosa più bella che possiamo portare a
casa oggi.
Perché non riguarda soltanto Maria.
Riguarda noi.
Quando arriverà il nostro momento, le nostre mani lasceranno
andare questa vita.
Ma, se siamo di Cristo, non cadremo nel nulla.
Cadremo nelle sue mani.