La pagina dell’Antico Testamento di questa domenica ci porta nel tempo più tragico della storia di Israele, più di 500 anni prima di Cristo: i Babilonesi, per mano di Nabucodonosor, re dei Caldei, distruggono Gerusalemme, incendiano il Tempio e deportano il popolo a Babilonia. La Bibbia, però,
non è un libro di storia, ma di fede, per cui, queste cronache raccontano in che modo Dio agisce anche negli avvenimenti più drammatici, e la domanda di partenza è questa: ma come mai si arrivò a questa tragedia? Proviamo a ripercorrere questo testo che, magari, abbiamo ascoltato distrattamente, con poco interesse oppure pensando che poco c’entra con la nostra vita. Gli ebrei erano da tempo assediati dai babilonesi che avevano messo sul trono Sedecia come un re fantoccio alle loro dipendenze, facendogli giurare, davanti a Dio, di non ribellarsi, un po’ come, secoli dopo, ai tempi di Gesù, gli invasori romani misero sul trono di Israele il re Erode. Dopo una decina d’anni, Sedecia cercò di fare un’alleanza con l’Egitto per riuscire a scacciare gli invasori, ma il profeta Geremia lo aveva ammonito dicendo: prima di cercare alleanze fuori, chiediti perché siamo diventati così deboli. Abbiamo il Tempio, abbiamo la Legge, andiamo a pregare… però non viviamo secondo la Legge di Dio. Prima di combattere il nemico fuori, bisogna guardare ciò che è accaduto dentro, i nostri errori, le nostre colpe. Ma Sedecìa non ascolta. Dice il testo: «indurì il suo cuore». E con lui anche i capi, i sacerdoti e il popolo. Dio, però, non si arrende: «mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri», perché aveva compassione del suo popolo. Ma loro si beffarono dei profeti, disprezzarono le loro parole e li schernirono. E così arriva la catastrofe: Gerusalemme viene distrutta, il Tempio incendiato, il popolo deportato, in esilio. Sembra la fine. Ma non è così: come Dio aveva predetto per bocca di Geremia, dopo l’esilio ci sarà il ritorno. Nel frattempo, la loro terra avrà modo di riposare dei suoi sabati, perché Israele, per la bramosia di arricchirsi, non aveva mai rispettato il riposo della terra che Dio aveva comandato negli anni sabbatici perché essa potesse portare più frutto. E l’esilio diventa come un riposo forzato per rileggere la propria storia, per ammettere le proprie colpe, ed è proprio in questo tempo che nascono gran parte dei libri della Bibbia, tra i quali molti salmi, come quello con cui abbiamo pregato oggi, nel quale Israele, invece di dare la colpa ai babilonesi, riconosce i propri errori, già commessi dai loro padri, primo fra tutti quello di dimenticare le grandi cose che Dio aveva fatto per loro nel corso della storia. Purtroppo, però, la storia non insegna niente quando l’uomo non vuole imparare, basti vedere quello che fa oggi chi governa Israele. Ma, senza andare molto lontano, pur con tutte le debite proporzioni, pensiamo al nostro sciagurato tempo di riposo forzato durante il lockdown del Covid, dove il ritornello era: non sarà più come prima, ne usciremo migliori. Si è visto. Vedete come questa Parola apparentemente sterile e lontana comincia a parlare anche a noi, perché la Parola di Dio è eterna. Ma prima ancora di arrivare a noi, passa qualche secolo ed ecco Gesù che, nel vangelo di oggi, si trova a ridire le stesse cose che dicevano i profeti, ma viene ignorato, deriso, rifiutato, come anche, poco prima di lui, Giovanni Battista, e dice: siete una generazione che si può paragonare a dei bambini capricciosi che, qualunque cosa venga proposta, non gli va bene. Prima è arrivato Giovanni Battista che annunciava l’imminente castigo di Dio e avete detto: «È indemoniato», cioè è pazzo. Poi sono arrivato io, che vi ho rivelato l’amore infinito e misericordioso del Padre che vuole radunare tutti intorno alla sua mensa, mangiare con loro, cioè condividere la sua stessa vita, e avete detto di me che sono un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori, e quindi peccatore anch’io, perché, secondo voi, i peccatori sono esclusi dal suo amore. Cambia il messaggero, cambia lo stile, cambia il linguaggio, ma il rifiuto rimane identico. E qui arrivano le parole di san Paolo che ci mettono davanti allo specchio. Paolo dice: non basta essere ebrei esteriormente, non basta avere la Legge, non basta portare nel corpo il segno dell’alleanza. La vera circoncisione è quella del cuore. È la stessa questione del Tempio distrutto: puoi avere un luogo sacro, puoi conoscere la Legge, puoi appartenere a una comunità, puoi compiere tutti i riti… e tuttavia avere il cuore lontano da Dio. E allora questa Parola, certamente non ci permette di guardare gli altri e dire: «Vedete? Non hanno imparato dalla storia». Ci chiede piuttosto: e io, che cosa ho imparato? Perché possiamo venire a Messa, conoscere il Vangelo, pregare, appartenere alla Chiesa… e continuare tranquillamente a non ascoltare Dio quando la sua parola ci chiede di cambiare. Il problema, alla fine, non è che Dio in alcuni momenti smetta di parlare. Il problema è che noi possiamo diventare così bravi a trovare scuse da non accorgerci più che sta parlando proprio a noi. E allora la preghiera di oggi potrebbe essere semplicemente questa:
Padre, non lasciarci soltanto religiosi esteriormente. Circoncidi il nostro
cuore, perché possiamo finalmente ascoltare la tua Parola e lasciarci cambiare
da essa.