Come ogni anno, in questa domenica, la prima lettura è presa dai libri dei Maccabei, che raccontano l’ultimo periodo della storia di Israele narrata dalla Bibbia, poco meno di duecento anni prima di Cristo. Dopo Alessandro Magno, la terra d’Israele fu dominata dai Seleucidi, i re della Siria. Uno di loro era
Antioco IV. La Bibbia lo chiama “radice perversa” perché, per sedare conflitti e imporre l’ordine, non chiedeva soltanto tasse e obbedienza politica: pretendeva di entrare nelle coscienze e non permetteva agli ebrei di vivere la loro fede secondo la Legge di Mosè. I Maccabei erano una famiglia ebrea, guidata da Mattatia e dai suoi figli, che organizzò la resistenza contro l’invasore. Insomma, dei patrioti. Molti scelsero di non combattere, ma di restare fedeli al Signore, accettando di essere uccisi. Questo è il martirio: non cercare la morte, non odiare e uccidere il nemico, ma restare fedeli a Dio quando un potere pretende ciò che non gli appartiene. Martirio significa testimonianza. Anche ai tempi di Gesù, due secoli dopo, Israele è sotto un altro potere straniero: quello romano. I Romani, a differenza dei greci, lasciavano una certa libertà religiosa, ma restavano occupanti. I Farisei e gli erodiani erano due fazioni antagoniste: gli erodiani sostenevano Erode, re fantoccio dei Romani; i farisei li detestavano. Ma di fronte a Gesù si erano alleati, perché Gesù aveva smascherato il loro uso del potere per ottenere prestigio, difendere interessi e perfino usare violenza, e così cominciano a tendergli delle trappole per coglierlo in fallo ed eliminarlo. Nel Tempio di Gerusalemme gli chiedono: “È lecito pagare il tributo a Cesare?”. Se dice sì, sembra amico degli invasori; se dice no, può essere arrestato come ribelle. Ma è Gesù a intrappolarli. Chiede loro di mostrargli la moneta del tributo. Ed essi gliela portano, facendo una pessima figura, perché, nel Tempio, la Legge di Mosè proibiva di introdurre monete con l’effige dell’imperatore ritenuto divino. E così, Gesù smaschera subito la loro ipocrisia: così scrupolosi nell’osservare le leggi religiose, davanti al denaro non hanno scrupoli. Il loro vero dio è il prestigio, il denaro, la difesa dei propri interessi. Poi Gesù risponde: “Restituite a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Questa frase non divide il mondo in due: una piccola zona per Dio e tutto il resto per lo Stato. Cesare ha un compito necessario: organizzare la vita comune, difendere la giustizia, garantire sicurezza e pace. Abbiamo bisogno di leggi e di autorità. Il problema non è il potere in sé: un coltello può servire per tagliare il pane o per ferire; dipende da chi lo impugna e da come lo usa. Ma Cesare non è Dio. Non può possedere tutto: non la fede, non la coscienza, non la dignità, non la vita delle persone. Sulla moneta c’è l’immagine di Cesare; nell’uomo c’è l’immagine di Dio. Ecco che cosa dobbiamo rendere a Dio: noi stessi. Riconoscerci suoi figli e imparare ad assomigliargli nella carità. Se chi governa dà a Dio ciò che è di Dio, userà il potere per il bene di tutti, soprattutto dei più fragili. E se ciascuno dà a Dio ciò che è di Dio, capisce che cosa dare a Cesare: rispetto delle leggi giuste, partecipazione alla vita civile, ricerca del bene comune. Se, invece, Cesare vuole diventare assoluto e comandare contro la coscienza, allora bisogna resistere, però come i Maccabei: non con la violenza, ma con la forza delle beatitudini. Per Gesù il male non è perdere la vita; il male è toglierla, disprezzarla, umiliarla. Questa parola è attualissima. Oggi, milioni di cristiani vivono in Paesi dove professare la fede costa discriminazione, carcere, violenza o morte: pensiamo alla Corea del Nord, alla Somalia, allo Yemen, al Sudan, all’Eritrea, alla Nigeria, al Pakistan, all’Iran, all’Afghanistan, all’India, al Myanmar e alla Siria. Ma ricordarli, non deve renderci orgogliosi o aggressivi trasformando a nostra volta la fede in un muro contro chi arriva da quei paesi. È giusto chiedere a tutti i migranti rispetto delle leggi, impegno nell’integrazione e partecipazione alla vita comune. Ma non è certamente evangelico trasformare la paura in disprezzo o invocare indistintamente che gli altri siano remigrati “a casa loro”. Sarebbe paradossale ricordare i Maccabei, perseguitati perché costretti a rinnegare la propria identità, e poi negare ad altri la libertà di vivere pacificamente la propria, anche se nei paesi di provenienza di alcuni di loro i cristiani vengono perseguitati. Restituire pan per focaccia (voi non ci fate costruire le chiese, noi non vi facciamo costruire moschee) contraddice il vangelo. L’identità cristiana non si difende escludendo. La nostra identità cristiana è quella che nasce dal Battesimo, è il nostro essere figli e fratelli di tutti, è quella è quella che trae forza dall’Eucaristia, e non è un’identità da difendere, ma da promuovere con i valori che nascono dal vangelo e che si combatte con il potere dell’amore di Dio e con le armi che egli consegna, quelle che elenca san Paolo nella lettera agli Efesini di oggi: verità, giustizia, fede, Parola di Dio, preghiera, Vangelo della pace. Perché, dice sempre san Paolo, “la nostra lotta non è contro la carne e il sangue”, cioè non è contro gli uomini. Il nemico non è il migrante, l’ebreo, il musulmano, il diverso. Il male è lo spirito che si annida nel cuore e ci spinge a usare il potere per dominare, vendicarci, imporci. Come purtroppo continua a fare chi governa Israele contro tanti palestinesi, musulmani e cristiani, a Gaza e in Cisgiordania. Non è così che si restituisce a Dio quel che è di Dio. Il cardinale Pizzaballa continua a denunciare, e con lui il Papa, gli orrori che si continuano a perpetrare in quelle terre, nelle quali anche le piccole comunità cristiane rischiano di scomparire. Parole al vento che tutti i Cesari europei, al soldo del Cesare americano, restano inascoltate, con la beffa che molti di questi governanti osano definirsi cristiani. Noi non dimentichiamo i dolori e le tragedie subite nella storia passata e recente, e nemmeno il loro diritto alla sicurezza. Ma nessuna ferita autorizza a disumanizzare un altro popolo, come invece continua ad accadere. Chi ha sofferto persecuzione non può trasformare la memoria del proprio dolore in una licenza per opprimere. Tra poco riceveremo il pane spezzato e il vino versato. In essi Cristo ci dona la sua armatura: cerchiamo di usarla.