«Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro? Che buon tempo hanno?».
È la domanda che l’Innominato si fa nei Promessi sposi. Ha passato una notte terribile: ha incontrato Lucia, ha guardato in faccia il male della sua vita, la sua solitudine, perfino la morte. E al mattino sente le campane di Chiuso suonare a festa. E quasi infastidito domanda: «Che cosa hanno da essere così allegri?».
È una domanda bellissima, perché dentro quella rabbia
comincia a nascere un dubbio: forse si può vivere diversamente.
Ebbene, il nostro Arcivescovo, per il nuovo anno pastorale
della Diocesi, ha scelto proprio questa domanda dell’Innominato come titolo
della sua lettera pastorale: «Che allegria c’è?». Perché vuole che ci
chiediamo: ma noi, ma io, sono contento di essere discepolo di Gesù o no?
Vedete, oggi, le campane non hanno suonato solo a Chiuso, ma
in tutte le chiese del mondo, e anche qui a Germanedo. Arrivano in tutte le
case, anche dove ci sono solitudini, fatiche, preoccupazioni, cuori feriti. A
qualcuno avranno dato fastidio perché lo hanno svegliato. Qualcun altro sarà
venuto qui, come ogni domenica, per tradizione o per dovere. Spero che siano
invece tanti quelli tra di voi ad essere venuti qui con gioia.
Ma qual è la gioia di cui stiamo parlando?
Non è la gioia di chi ha vinto il superenalotto, e nemmeno
quella bellissima che nasce quando le cose vanno bene in tutti i campi, dalla
salute, al lavoro agli affetti.
Qui parliamo della gioia cristiana. Da dove nasce e che
cos’è la gioia cristiana?
Le tre letture di oggi ci danno tre risposte, in crescendo.
Il profeta Isaia, che ancora non aveva conosciuto Gesù,
parla della gioia riferendosi a un tempo di pace e di giustizia che il Signore
donerà a tutti, se però tutti impareranno a vivere secondo la Legge di Dio, la
legge dell’amore, e questo tempo di pace e di giustizia tarda ad arrivare
perché, invece di vivere secondo la Legge dell’amore, siamo così masochisti da
fare di tutto per avere sempre nemici a cui fare la guerra.
San Paolo, che ha conosciuto Gesù, dice che la gioia nasce
dal fatto che Cristo è risorto, e che sarà così anche per noi. Stupendo, però
qui si parla di qualcosa che riguarda il futuro, e anche se io credo che la mia
vita non finirà con la morte del mio corpo, spero che questo futuro arrivi il
più tardi possibile.
Gesù, invece, nel vangelo, dice una frase potentissima: «Chi
ascolta la mia parola e crede in me… ha la vita eterna». Non dice avrà.
Dice ha. Adesso. La vita eterna è la vita di Dio dentro di noi già adesso. E’
sapere che io sono abitato dall’amore di Dio, che io sono amato da Dio, non
solo dopo la morte, ma ora. E questa vita di Dio dentro di me mi fa vivere
tutto in un modo nuovo. Mi fa passare dall’egoismo all’amore, dalla solitudine
alla comunione, dalla paura alla speranza. È da qui che nasce la gioia
cristiana.
Ed è solo coltivando la nostra interiorità, non solo il
nostro corpo esteriore, che possiamo sperimentarla. Se non diamo spazio
all’ascolto della Parola di Dio, alla preghiera, a vivere con gratitudine la
Messa della domenica, non per dovere, sarà dura sperimentare questa gioia.
Perché, poi, questa gioia va condivisa con gli altri. In un
sorriso. In un saluto. In una parola buona. In una comunità dove nessuno si
sente estraneo.
Per questo, dopo il «Fatti avanti!» dello scorso anno,
quest’anno diciamo: «Una gioia che si condivide».
Perché il modo più bello di annunciare il Vangelo non è dire
tante cose su Dio, ma far venire a qualcuno la voglia di Dio guardando come
viviamo noi.
Le campane possono suonare quanto vogliono.
Ma le campane, adesso, siamo noi.
Finita la Messa, ogni Messa, tornando ciascuno alle sue
attività, a casa, al lavoro, a scuola, nello sport, tra gli amici, chi ci
incontra dovrebbe chiedersi, come l’innominato: ma perché questa gente è così
contenta?
Se invece ci vede uguali a prima e, magari, contenti si, ma
solo perché la Messa è finita, avremo fallito.
E allora, cerchiamo tutti di aiutarci, già da adesso. Se
incontriamo qualcuno sempre musone, imbronciato, incapace persino di salutare…
ricordiamogli con delicatezza, ma anche con un po’ di fermezza, che siamo
cristiani!
Salutiamoci. Sorridiamo. Conosciamoci.
Perché magari uno va a Messa nello stesso posto da una vita e
non sa neppure come si chiama quello che gli è sempre seduto accanto o, se è la
prima volta che lo vede, non scambia con lui neanche un saluto.
Le campane possono suonare quanto vogliono. Ma le campane
siamo noi.
E quando usciamo da questa Messa, tornando nelle nostre
case, nei nostri quartieri, al lavoro, a scuola, nello sport, tra gli amici… chi
non viene in chiesa, chi non pratica, chi si sente lontano, guardandoci
dovrebbe poter domandare, proprio come l’Innominato:
«Ma che allegria c’è? Perché questa canaglia di persone è
così contenta?»
CHE ALLEGRIA C’È?
«Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro? Che buon
tempo hanno?».
Sono le domande che l’Innominato dei Promessi sposi si fa
una mattina, sentendo il suono delle campane di Chiuso.
Ha passato una notte terribile. Dopo l’incontro con Lucia,
ripensa alla sua vita, al male che ha fatto, alla sua solitudine. Pensa perfino
alla morte. Poi, all’alba, sente quelle campane suonare a festa e si domanda,
quasi arrabbiato: «Che diavolo hanno costoro? Che c’è d’allegro in questo
maladetto paese? Dove va tutta questa canaglia di gente?».
Eppure, è proprio questa rabbia a fargli sorgere un dubbio:
se questi qui sono allegri ci sarà un motivo e allora vuol dire forse si può
vivere diversamente.