martedì 15 settembre 2026

15/09/26 III DOMENICA DOPO IL MARTIRIO ANNO A

Spesso le letture della Messa le ascoltiamo distrattamente. E qualche volta, forse, è meglio così.

Perché se oggi uno avesse ascoltato bene la prima lettura, potrebbe pensare: «Ecco! È scritto nella Bibbia! Allora Dio vuole che Israele conquisti e domini i popoli che gli stanno intorno!». Perché anche questo si dice nel testo. «È Parola di Dio!». E tutti abbiamo risposto: rendiamo grazie a Dio. Il punto è che la Bibbia non basta leggerla. Bisogna anche capirla. E soprattutto bisogna stare attenti a prendere una frase, staccarla da tutto il resto e farle dire quello che vogliamo noi. Isaia sta parlando a un popolo distrutto: in parte deportato a Babilonia, in esilio, altri dispersi nelle nazioni vicine, senza più una terra e una casa. E, nei versetti precedenti a quelli ascoltati oggi, dice loro: non abbiate paura, Dio non vi ha dimenticati. Verrà il Messia e vi raccoglierà di nuovo da ogni luogo in cui siete stati dispersi. E descrive questo mondo nuovo con immagini bellissime: il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera con il capretto, il bambino metterà la mano nella tana del serpente e non verrà morso: cioè nessuno farà più del male a nessuno. Poi, però, poche righe dopo, quelle che sono state proclamate, parla di Israele che sottometterà tutti i popoli vicini. Al che è spontaneo chiedersi: ma per arrivare alla pace bisogna prima vincere la guerra? Quante volte abbiamo sentito, non questa domanda, ma questa affermazione sulla bocca non solo di Nethaniau, ma anche di Trump e dei nostri poco illuminati lieders europei, anche a proposito della guerra in Ucraina. In realtà, Isaia ha capito una cosa fondamentale di Dio: che Dio vuole liberare gli oppressi, ricomporre le divisioni, restituire una casa a chi l’ha perduta. Che Dio è sempre dalla parte dell’oppresso, e non dell’oppressore. Ma non ha ancora capito fino in fondo come Dio realizzerà questo sogno. Pensa che lo realizzerà con l’oppresso che, a sua volta, diventa oppressore. Fatica ancora a capire che Dio non può Dio volere la fraternità dei suoi figli costruendola sulla base del massacro di altri suoi figli. E questa è una cosa importante quando leggiamo la Bibbia: è Parola di Dio, sì, ma è una Parola consegnata a uomini, che comprendono il sogno e il volere di Dio (nel caso del brano di oggi quello della giustizia e della pace), ma molte volte fraintendono il modo in cui realizzare questo volere, arrivando a mescolare quello che Dio vuole con quello che loro vorrebbero che Dio volesse. Ma non succede forse anche a noi? Ecco perché la liturgia di oggi, dopo questa pagina di Isaia, ci propone il brano di vangelo che abbiamo appena ascoltato. I brani della scrittura non vanno presi solo singolarmente, ma comparati tra di loro, avendo i vangeli come criterio per interpretarli correttamente (fermo restando che anche i vangeli vanno ben capiti). Pietro, nel brano di oggi, riconosce l’identità di Gesù: «Tu sei il Cristo di Dio». Cioè riconosce che Gesù è il Messia promesso da Isaia. Indovina il titolo. Ma, come Isaia, pensa che la missione del Messia sia quella di salvare Israele guidando la lotta armata contro gli invasori romani. E’ per questo che Gesù, scrive l’evangelista, ordinò SEVERAMENTE ai discepoli di non riferire a nessuno la sua identità di Messia, perché non voleva che anche altri credessero che egli fosse il Messia mandato da Dio per fare la guerra. Al contrario, spiega ai discepoli di non essere venuto a Gerusalemme per vincere sui nemici, ma per consegnare la sua vita. E conosciamo come prosegue il racconto nei versetti successivi che, però, non so perché, sono stati omessi dalla liturgia. Prosegue con Pietro che si ribella e si mette lui a dire a Gesù quello che avrebbe dovuto fare, con Gesù che, a quel punto, lo apostrofa chiamandolo Satana dicendogli: torna dietro di me, diventa davvero mio discepolo, perché tu non pensi secondo il volere di Dio, ma quello degli uomini. Il Messia, il Cristo, è colui che rivela il vero volto di Dio, che non è quello che pensate voi. E in questo “voi” ci siamo dentro anche noi. Non è forse vero che anche noi, nonostante quello che Gesù ci ha fatto vedere di Dio proprio morendo sulla croce senza restituire il male, ma perdonando, vorremmo un Gesù che ci faccia vincere, invece del Gesù che ci insegna a donare? Un Gesù che dia ragione alle nostre idee. Che protegga il nostro gruppo. Che faccia andare bene le nostre cose. Che metta fuori gioco chi ci disturba. Che ci faccia sentire dalla parte giusta. Questo perché continuiamo a proiettare, non solo su Dio, ma anche su Gesù che ci ha fatto vedere il vero volto di Dio, i nostri deliri di onnipotenza. Capite come, allora, è proprio il Vangelo di Gesù che ci aiuta a capire anche le pagine più difficili della Bibbia come quella di oggi del profeta Isaia. Gesù non è venuto a insegnarci come vincere sugli altri. È venuto a insegnarci come donarci agli altri e come vivere insieme agli altri, anche ai nemici. Cose che capisce molto bene san Paolo, cantore della misericordia di Dio, dove nel brano di oggi spiega che la sua gioia non nasce dalle sue conquiste, ma dall’amore di Dio che lo ha avvolto e che egli deve condividere con gli altri. E qui si collega molto bene lo slogan che abbiamo scelto quest’anno in risposta al programma pastorale che ci indica il nostro Arcivescovo: «Una gioia che si condivide».

Non deve restare uno slogan che termina con la fine della festa pastorale, ma uno stimolo e una domanda che deve accompagnarci ogni giorno: quello che abbiamo ricevuto da Gesù, siamo capaci di donarlo agli altri?