«Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». È il grido di supplica che il profeta Isaia innalza in uno dei momenti più tragici della storia di Israele: Gerusalemme è distrutta, il tempio è bruciato, il popolo è in esilio e Dio sembra assente. Il profeta non ha paura di mettere davanti a Dio il fallimento. Un po’ come
capita anche a noi nei momenti difficili, quando ci rivolgiamo al Signore dicendogli: «Signore, guarda giù! Dove sei? Non vedi come siamo ridotti? Intervieni!». Ma quello di Isaia non è un grido disperato: è un grido pieno di fiducia. Il testo ricorda infatti le grandi cose che Dio aveva fatto per Israele e si chiede perché adesso Dio non intervenga. È la stessa dinamica del Salmo: «Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore». E poi: «Ricordo i prodigi del Signore, ricordo le tue meraviglie». Quando il presente sembra non dare più motivi di speranza, il credente torna a ricordare ciò che Dio ha fatto. A un certo punto il profeta cerca una spiegazione al mancato intervento di Dio: «Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli». Anche oggi ci sono credenti che leggono le disgrazie del mondo come un castigo di Dio per i peccati degli uomini. Ma subito dopo il profeta cambia registro e dice: «Ma ora, Signore, tu sei nostro Padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani». Come per dire: ma no, tu sei nostro Padre! Noi siamo argilla nelle tue mani. Siamo fragili, capaci anche di sbagliare, e tu lo sai. Quindi non è possibile che tu ci stia castigando: perché mai dovresti distruggere ciò che stai ancora plasmando? Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa! Isaia capisce che Dio non agisce per distruggere, ma per costruire. Non ci prende soltanto quando siamo diventati come dovremmo essere: ci prende là dove siamo e continua a plasmarci, perché siamo suoi, gli apparteniamo. Ecco, io penso che questo testo sia come una piccola scuola di preghiera, soprattutto per i momenti più difficili della vita. Primo step, primo passaggio: buttare fuori tutto quello che abbiamo dentro. Anche la sensazione di essere stati abbandonati da Dio. Come Gesù sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Dire al Signore: «Guarda giù! Non vedi come siamo ridotti?». Secondo passaggio: accorgerci che non è che Dio non veda. Anzi, ci vede benissimo. E cosa vede? Vede che non siamo perfetti. Vede i nostri peccati, le nostre fragilità, le nostre ribellioni. Ma vede anche che siamo suoi figli amati, argilla ancora nelle sue mani. Terzo step: il passaggio dal grido all’affidamento, dall’angoscia alla fiducia. Scoprire che, anche quando noi non riusciamo più a vedere Dio, lui continua a vedere noi. E non vede dei falliti da distruggere, ma un’argilla che può ancora diventare qualcosa di nuovo. Infine, c’è il quarto step, senza il quale la preghiera non è ancora una preghiera cristiana: in questo dialogo appassionato con Dio, leggere il Vangelo per scoprire chi è il Dio a cui ci stiamo rivolgendo, il Dio di Gesù, e capire in che modo concretamente interviene e risponde al nostro grido. Nel Vangelo di oggi c’è la folla che cerca Gesù perché ha bisogno di qualcosa da Dio: ha fame, vuole il pane. Come Isaia diceva: «Dio, vieni e intervieni!», anche la folla dice a Gesù: «Continua a darci il pane!». Insomma: Dio, risolvi i nostri problemi. Ma Gesù sposta completamente il discorso. La gente pensa al pane, a quello che Dio dovrebbe darle, e Gesù spiega chi è Dio: «Io sono il pane della vita». Il pane è il cibo che si assimila per nutrire e trasformare il nostro corpo. È così che Dio plasma la sua argilla: non semplicemente cambiando le nostre circostanze dall’esterno, ma trasformandoci dall’interno. Vedete allora il cammino della preghiera cristiana? Comincia dicendo: «Signore, scendi!». Poi: «Dammi qualcosa!». Per scoprire, infine, che Dio non solo ci vede, ma si fa vedere, chiede di essere accolto, si mette nelle nostre mani come pane per comunicarci la sua stessa vita, capace di trasformarci. Dio non interviene per trasformare le cose che capitano o che ci capitano, ma donando se stesso per trasformare noi. E qui la Lettera agli Ebrei ci fa fare un ultimo passo. Nel Tempio di Gerusalemme la presenza di Dio era custodita nel santuario, la parte più interna, celato dietro un velo, accessibile solo al sacerdote che entrava portando le offerte: Dio era vicino, ma non per tutti. Ebbene, Cristo ha attraversato quella barriera, offrendo non qualcosa di esterno a sé, ma la propria vita, rendendo possibile per sempre e per tutti la comunione con Dio. Con Gesù, davvero Dio ha squarciato i cieli, come si legge in altri due passi dei Vangeli: nel Battesimo di Gesù al Giordano si squarciano i cieli e lo Spirito scende su Gesù; sulla croce si squarcia il velo del Tempio. Non scrivono che si aprono, ma che si squarciano. Perché ciò che si apre si può richiudere; ciò che si squarcia non torna più come prima. È il modo con cui gli evangelisti dicono una cosa enorme: in Gesù, cioè attraverso Gesù, non c’è più una barriera tra Dio e l’uomo. Il sogno di Isaia si compie in un modo ancora più sorprendente di quanto avrebbe potuto immaginare. Non soltanto Dio è sceso dal cielo. Il cielo ha cominciato ad abitare nell’uomo. Dio non è più lontano, nascosto: prende dimora nella nostra umanità. E quando ci nutriamo di Cristo, la sua vita entra nella nostra per plasmarla. E così anche noi, che siamo argilla nelle mani di Dio, possiamo diventare, come Gesù, il santuario di Dio. Il culmine della preghiera cristiana è allora capire che non dobbiamo cercare Dio fuori di noi e chiedergli di guardare giù. Dobbiamo entrare dentro di noi per riconoscere la sua presenza, come insegnava sant’Agostino: «Io ti cercavo fuori di me, e tu eri dentro di me».