domenica 21 giugno 2026

III DOMENICA DOPO PENTECOSTE ANNO A

Il racconto della Genesi descrive l’immagine del paradiso terrestre, il giardino di Eden in cui Dio colloca l’uomo. Non è il racconto di com’era il mondo quando fu creato l’uomo, e nemmeno la storia di un paradiso perduto, ma è la narrazione del meraviglioso progetto di Dio per tutta l’umanità e, quindi, 

su ciascuno di noi. Un progetto che gli uomini sono chiamati a costruire nel corso della storia. Plasmati, si dice, con polvere del suolo, per indicare che siamo creature fragili, che non siamo Dio, però siamo creature animate dal suo soffio vitale, abitati dal suo Spirito, chiamati ad un rapporto di comunione col Signore, simboleggiato dalla bellezza del giardino. Ma, al centro del giardino, stanno due alberi simbolici che rappresentano due modi di esistere. L’albero della vita indica che questa comunione viene da Dio, è un dono, non una conquista. Ma è un dono che si può gustare a patto di non mangiare dei frutti dell’altro albero, quello della conoscenza del bene e del male, cioè di non avere la pretesa di essere noi a decidere cosa è il bene e cosa è il male. Quando diciamo: "Faccio quello che voglio, nessuno deve dirmi come vivere". Possiamo dirlo e anche farlo, facendo diventare male il bene e bene il male. Qual è il risultato? È sotto i nostri occhi: che non costruiamo il paradiso, ma l’inferno. In questa vita. E’ quello che la Bibbia chiama "morte", intendendo non la morte fisica e naturale (quella c’è da sempre, appunto perché siamo tratti dalla polvere della terra), ma della morte della nostra umanità. Separandoci dalla sorgente della vita, diventiamo incapaci di amare, di fidarci, di costruire il paradiso. È sotto gli occhi di tutti. Ma non da ora. Da sempre. Separati dalla sorgente, si muore. Come ebbe a dire Gesù parlando dei tralci che traggono vita e producono uva se sono uniti alla vite. E qui entra in gioco la pagina di san Paolo. Noi siamo abituati a pensare che Gesù sia venuto semplicemente per rimediare al peccato compiuto dal primo uomo, come se Dio avesse dovuto inventare un piano di emergenza. Non è così. Gesù non è la soluzione a un problema, ma è la rivelazione del progetto originario di Dio su ogni uomo. Quando Dio crea Adamo, ha già davanti agli occhi Cristo. Perché Cristo è l'uomo riuscito. L'uomo come Dio lo ha sempre sognato. L'uomo che vive completamente aperto al Padre. L'uomo che non prende, ma dona. L'uomo che non usa gli altri, ma li serve. L'uomo che non vive per se stesso, ma per amore. Per questo Paolo mette a confronto Adamo e Cristo, non come due personaggi della storia, ma perché rappresentano due modi di essere uomini. Adamo rappresenta l'uomo che vuole trattenere tutto per sé. Cristo rappresenta l'uomo che riceve tutto dal Padre e per questo può donare tutto. E allora comprendiamo meglio il Vangelo. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito». Questa frase non significa soltanto che Dio viene a tirarci fuori da un guaio. Significa che Dio ci mostra il suo sogno. Ci mostra chi siamo chiamati a diventare. Dio non manda una teoria. Non manda un manuale. Non manda una lista di regole. Manda suo Figlio. Perché guardando Gesù possiamo finalmente vedere che cos'è una vita pienamente umana. Guardiamo Gesù e vediamo un uomo libero. Libero dal bisogno di apparire. Libero dalla ricerca del potere. Libero dalla paura di perdere. Libero perfino davanti alla morte. E questa è la vita che Dio desidera per ciascuno di noi. Per questo il Vangelo dice che Gesù è la luce. La luce non serve a rimproverare una stanza perché è buia. Serve a mostrarle ciò che può diventare. Così fa Cristo con noi. Non viene per umiliarci. Non viene per schiacciarci sotto il peso delle nostre colpe. Viene per mostrarci la verità di noi stessi. Per dirci: guarda che sei fatto per molto di più. Sei fatto per amare. Sei fatto per donarti. Sei fatto per vivere da figlio amando i fratelli. Allora la domanda che la Parola di Dio di questa domenica ci lascia non è tanto "Che peccati ho commesso?", ma molto più profonda: "Che uomo sto diventando? Che donna sto diventando?" La mia vita assomiglia sempre di più a quella di Cristo oppure continua a ruotare soltanto attorno a me stesso? Perché la salvezza non consiste semplicemente nell'essere perdonati. La salvezza consiste nel lasciarsi trasformare fino a diventare ciò che Dio aveva pensato fin dall'inizio. E quel volto, quel progetto, quel sogno di Dio ha un nome e un volto preciso: Gesù Cristo.