domenica 7 giugno 2026

7/06/26 II DOMENICA DOPO PENTECOSTE (ANNO A)

C'è una domanda che, prima o poi, tutti ci facciamo: che cosa significa essere veramente uomini e donne riusciti?

Molti rispondono: avere successo, essere stimati, realizzare i propri progetti. Eppure, la Parola di Dio oggi ci offre una risposta diversa e molto più profonda.

Nel libro del Siracide abbiamo ascoltato che Dio ha creato l'uomo dalla terra (per indicare che gli umani, come ogni altro essere vivente, non sono creature perfette, ma fragili), però gli ha donato qualcosa di straordinario: «discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore». E ancora: «pose il suo occhio nei loro cuori». In altre parole, Dio non ci ha creati per vivere come creature qualsiasi. Ci ha creati perché fossimo capaci di conoscerlo, di riconoscerlo e di assomigliargli.

Pensiamo a un figlio che assomiglia al padre. A volte basta un gesto, un sorriso, un modo di parlare e tutti dicono: "È proprio suo figlio!". Ecco, il progetto di Dio è che guardando la nostra vita si possa intuire qualcosa di Lui.

Ma qui nasce il problema.

San Paolo, nella Lettera ai Romani, descrive una situazione che vale per ogni tempo. Dice che gli uomini «si sono dichiarati sapienti e sono diventati stolti» Hanno sostituito Dio con altro. Hanno adorato le creature invece del Creatore.

Potremmo pensare: "Io non adoro gli idoli". Ma gli idoli moderni non hanno bisogno di statue. Possono essere il denaro, l'apparenza, il successo, l'ossessione di avere sempre ragione, il bisogno di essere approvati da tutti. Ogni volta che qualcosa prende il posto di Dio nel nostro cuore, diventa un idolo.

E il risultato qual è? Che finiamo per assomigliare a ciò che adoriamo.

Se adoro il denaro, divento freddo come il denaro.
Se adoro il potere, divento duro come il potere.
Se adoro il mio ego, finisco prigioniero di me stesso.

Per questo Paolo descrive un'umanità che perde la propria bellezza originaria.

Ma il Vangelo ci mostra la strada per ritrovarla.

Gesù dice una frase che continua a sembrarci impossibile: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano».

Se siamo sinceri, ci viene spontaneo pensare: "Va bene amare chi mi ama. Ma chi mi fa del male? Chi mi ha ferito? Chi mi ha deluso?"

Eppure, Gesù non sta chiedendo un sentimento. Sta proponendo uno stile di vita.

Infatti, aggiunge: «perché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,45).

Dio continua a far sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. Continua a donare la pioggia ai giusti e agli ingiusti. Non perché approvi il male, ma perché il suo amore è più grande del male.

Essere cristiani non significa semplicemente essere persone corrette. Significa imparare ad assomigliare al Padre.

Pensiamo a una situazione molto concreta. Quasi tutti abbiamo una persona che ci ha ferito: in famiglia, sul lavoro, nella comunità, tra gli amici. Il Vangelo non ci chiede di fingere che non sia successo nulla. Non ci chiede di dire che il male è bene. Ci chiede qualcosa di diverso: di non lasciare che quella ferita trasformi il nostro cuore in un cuore pieno di rancore.

Pregare per una persona difficile non cambia subito lei. Ma cambia noi. Ci impedisce di diventare la copia del male che abbiamo ricevuto. Pensate quante cose sarebbero diverse se questo criterio, che esprime l’originario progetto di Dio per tutta l’umanità, lo ricordassero almeno quei capi di governo che causano tutte le guerre e i massacri in corso proprio rifacendosi alla Bibbia, che dice tutto il contrario.

Alla fine del brano Gesù conclude: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48).

Questa perfezione non consiste nel non sbagliare mai. La perfezione del Padre è la perfezione dell'amore. È un cuore che non smette di amare.

E allora, ecco cosa ci dice oggi il Signore:

nel testo del Siracide ci ricorda che noi, pur fragili, siamo creature fatte a immagine di Dio;
con San Paolo ci mette in guardia dal rischio di deformare questa immagine.
Infine, Gesù ci mostra come ritrovarla: imparando ad amare come ama il Padre.

Il Signore non ci chiede grandi imprese. Ci chiede soltanto un passo concreto: perdonare, pregare per qualcuno che ci è difficile, rinunciare a un rancore, compiere un gesto di bene verso chi non se lo aspetta.

È così che, poco alla volta, il volto di Dio torna a risplendere nella nostra vita.

Amen.