La Trinità è una di quelle feste che rischiano di spaventare subito. Appena sentiamo “Padre, Figlio e Spirito Santo”, qualcuno pensa: “Troppo difficile… roba da teologi”. Da un lato è vero, perché qualunque riflessione su Dio, e addirittura su un Dio che è uno e trino, non è sicuramente un discorso da bar.
Però è questo il volto di Dio che Gesù ci ha rivelato, che la Chiesa proclama e nel quale noi, ogni volta che facciamo il segno della croce, diciamo di credere, come ripeteremo tra poco con le parole del Credo. E allora, questa festa, diventa l’occasione favorevole, non per addentrarci in discorsi filosofici e teologici per capire tutto su Dio, cosa impossibile, ma per aiutarci a riscoprire quello che Gesù ci ha detto di Dio. Siccome Dio nessuno lo ha mai visto, gli uomini, da sempre, hanno pronunciato questo nome attribuendogli tanti significati e immaginandoselo in molti modi. Pensiamo solo alle divinità di tanti popoli. Nel racconto dell’Esodo, c’è Mosè che chiede a Dio: qual è il tuo nome? Non è una richiesta presuntuosa. Il nome che diamo alle cose e alle persone rivela la loro identità, e quando non parliamo lo stesso linguaggio, non ci intendiamo. Se io dico la parola elefante, e tu capisci moscerino, è un bel problema. Dio è un nome generico, perché, dentro questa parola, ognuno può metterci qualunque cosa. Ebbene, Mosé, riceve una risposta strana: “Io sono”. Non “io ero”, non “io sarò forse”. “Io sono”. Cioè: io ci sono. Ci sono per te come ci sono stato e ci sarò sempre per il mio popolo, e si presenta come liberatore, rivelandosi in un roveto che brucia senza consumarsi. Questo nome aiuta Mosé a capire che Dio non è uno che viene a rubare la vita o a distruggerla, ma ad accenderla, illuminarla, scaldarla. Pensateci un momento: basterebbe questo nome di Dio per mettere a tacere tutti quelli che pensano di uccidere nel suo nome. Nel nome del Dio di Abramo, dei patriarchi, di Mosè, dei profeti, non si può uccidere, perché Dio è solo fonte di vita. Così come chiedere a un Dio così di farci morire o di far morire qualcuno, è come chiedere al sole di non scaldare. Chi lo fa vuol dire che sta dando a Dio un altro nome. Gesù ritradurrà questo nome di Dio usando la parola Padre. Lo chiama Padre, non per attribuirgli un sesso, come se Dio fosse un maschio, ma per indicare che Dio è solo fonte di vita, una vita di una qualità tale da superare anche la morte. Ma Dio è Padre perché genera dei figli, altrimenti non sarebbe padre (tenete presente che, a quei tempi, nel linguaggio ebraico, non esisteva la parola “genitore”, perché si pensava che fosse il maschio a generare vita, non la femmina: la femmina era quella che accoglieva la vita). Ecco perché Gesù non chiama Dio col nome di Madre. Poi, però, per indicare la cura, la tenerezza, il perdono col quale Dio si rapporta coi suoi figli, di fatto usa sempre termini femminili, uno su tutti il termine “misericordia” di amore, di gioia, di consolazione, di speranza. Questo termine, "misericordia", in ebraico significa letteralmente "utero" o "grembo materno". Questo termine descrive un amore viscerale e incondizionato, simile a quello di una madre per il bambino che porta in grembo. Rivela l'aspetto materno e intimo di Dio. Definire Dio "misericordioso" significa affermare che Egli prova un sentimento di compassione che nasce direttamente dal suo "grembo", una metafora per indicare l'amore divino come un legame di protezione e nutrimento paragonabile a quello di una madre. Tornando, invece, al termine “Padre”, proprio perché non può esistere un padre che non abbia figli, così è Dio. Gesù, parlando di sé, dice di essere il Figlio generato dal Padre, diverso dal Padre, ma che gli assomiglia, altrimenti non sarebbe suo figlio. E, nel caso di Gesù, gli assomiglia così tanto da arrivare a dire: chi vede me, vede il Padre. Il Padre è come il sole, il Figlio come i suoi raggi, che lo fanno vedere. E Gesù ci ha fatto vedere che Dio è Padre perché davvero ha vissuto come suo figlio, assomigliandogli nell’amore, amando ogni uomo come fratello, infondendo vita a chi l’ha perduta, per consentire a noi, sue creature, di entrare nella comunione col Padre e col Figlio, fin da ora, cioè di diventare anche noi figli del Padre, di divinizzarci. E come si chiama questa azione eterna e continua attraverso cui il Padre e il Figlio, da sempre, infondono la loro stessa vita, il loro amore a tutti noi? Si chiama Spirito Santo. A quanti lo accolgono, lo Spirito dona il potere di diventare figli di Dio, di vivere una vita veramente umana, così umana da essere divina, perché è ad immagine di Dio che siamo stati creati. Noi, purtroppo, andiamo avanti a pensare Dio proiettando su di lui i nostri deliri di onnipotenza, sperando che lui sia come noi e faccia quello che vogliamo noi, che sia Lui a nostra somiglianza. Un errore che facciamo anche noi cristiani, dimenticando che l’unico dono di Dio, del Padre e del Figlio, è lo Spirito santo che, effuso nei nostri cuori, se lo accogliamo e restiamo in contatto con esso, ci rende nuove creature, ci trasforma, ci fa risorgere. Capiamo, allora, che non è tanto Dio a dover aiutare noi, ma siamo noi che dobbiamo aiutare Dio a cambiarci dentro. Come il sole genera i raggi, e il calore è il risultato di questo processo, così è il nostro Dio, il cui nome è Trinità: il Padre è il sole, il Figlio i raggi, lo Spirito il calore del quale godere, dal quale farci scaldare e che, a nostra volta, siamo chiamati a diffondere nel mondo, diventando anche noi raggi dell’amore del Padre, cioè figli come Gesù, sostenuti in tutto questo dalla forza dell’Eucaristia.