Quaranta giorni dopo la Pasqua, cioè giovedì scorso, la Chiesa ha celebrato la solennità dell’Ascensione di Gesù, un po’ in sordina, perché era un giorno feriale, ma l’inizio del brano degli Atti degli Apostoli che è stato proclamato in questa domenica richiama questo evento: mentre gli apostoli lo guardavano, il
Signore Gesù fu elevato in alto. Nel Credo noi affermiamo che “per noi uomini e la nostra salvezza discese dal cielo” e che, dopo la risurrezione, “salì al cielo e siede alla destra del Padre”. Usiamo cioè le stesse parole dei testi biblici, scritti in un’epoca in cui si pensava che la terra fosse l’abitazione degli uomini e il cielo l’abitazione di Dio, quindi gli autori biblici usavano l’immagine della terra per parlare degli uomini e l’immagine del cielo per parlare di Dio. Perciò, queste espressioni non vanno prese alla lettera, altrimenti pensiamo che Dio si tova in cielo, lontano, assente, distante, come i defunti, che infatti molti pensano che siano come angioletti che volano sulle nuvole. Anche Gesù usava questo linguaggio, infatti ci ha insegnato a pregare il Padre dicendo: Padre nostro che sei nei cieli. Ma non perché il Padre si trova nella volta celeste, bensì per indicare la divinità del Padre. Per cui, quando nel Credo diciamo che Gesù è disceso dal cielo, stiamo affermando che Dio si è fatto uomo, e quando diciamo che Gesù risorto è salito al cielo stiamo affermando che Gesù è entrato nella piena condizione divina e, perciò, che il suo corpo terreno non è più visibile ai nostri occhi, non che si è allontanato da noi. Ed è così anche per i nostri defunti. Ed è proprio perché il suo corpo terreno non è visibile ai nostri occhi che è possibile entrare in contatto e in comunione con lui in altre forme, grazie all’azione dello Spirito Santo. Ecco perché l’Ascensione e la Pentecoste (che celebriamo domenica prossima) non sono due avvenimenti diversi dalla Pasqua, ma le due facce della stessa medaglia. Se l’ascensione al cielo è un modo per spiegare che il Risorto è entrato pienamente nella condizione divina, la Pentecoste rivela che il Padre e il Figlio Gesù non sono lontani da noi o assenti, ma sono presenti attraverso lo Spirito santo. Chi lo accoglie e si lascia da esso guidare, diventa membro del corpo glorioso di Cristo, che è la Chiesa. Per cui, Cristo risorto continua a farsi vedere al mondo quando noi, sue membra, guidati dallo Spirito, gli siamo testimoni. Lo conferma san Paolo nel brano della lettera ai Corinzi, quando dice “Dio rifulse nei nostri cuori” e, per questo, “noi non predichiamo noi stessi”, perché la luce di Cristo brilla attraverso di noi. Quando? Ce lo ricordano le parole del salmo: dove la carità è vera, abita il Signore. E dove regnano, invece, sentimenti e gesti di odio, vendetta, guerra, prevaricazione, ingiustizia, Dio cosa fa? Non smette di avvicinarsi e di camminare con noi, pazientemente, spiegandoci le Scritture, perché possiamo convertirci e iniziare o tornare a brillare. È quello che racconta Luca nel famoso brano dei discepoli di Emmaus. Perché i due discepoli non riuscivano a riconoscere Gesù nel viandante che camminava con loro? Perché essi avevano seguito Gesù inseguendo sogni di gloria, sperando che egli fosse il Messia che, con la forza e la violenza, avrebbe restaurato il regno di Israele cacciando gli invasori romani, e invece non era andata così. Perciò, di fronte alla sua morte, questi sogni si erano frantumati. Ma Gesù non si arrende: cammina con loro e, con pazienza spiega loro come leggere in modo corretto le pagine della Bibbia, perché capiscano che la potenza di Dio non è spaccare i denti ai nemici, ma infondere vita e amore a tutti gli uomini. Sentissero oggi rivolte a loro i capi di Israele e degli Stati Uniti il medesimo rimprovero di Gesù: Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Ma intanto, identifichiamoci noi in questi due discepoli perché, in ogni eucaristia, riviviamo la loro stessa esperienza. A dimostrazione che Gesù risorto e asceso al cielo non è sparito, non si è allontanato, ma si è reso ancora più vicino, c’è l’eucaristia, quella che il viandante fece coi due discepoli, quando, la sera, si sedette a tavola con loro, cena che ora si rinnova e alla quale stiamo partecipando. Si legge che, nel momento in cui egli spezzò il pane, si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero, ma subito sparì. In realtà la traduzione dal greco non è esatta. Il verbo non è sparire. Sparire significa scomparire, che non c’è più. No, l’evangelista scrive “si rese invisibile”, è qualcosa di diverso: invisibile significa che c’è, ma che si rende visibile in un altro modo, in questo caso ogni volta che la comunità celebra l’eucaristia, dove ci ha parlato con la Parola che abbiamo ascoltato, dove tra poco si renderà visibile nel pane e nel vino di cui ci nutriremo per ottenere la forza di diventare come lui, di diventare brillanti come i due discepoli, chiamati anche noi ad uscire di qui per testimoniare il suo amore a tutti coloro che incontreremo lungo il cammino. E così sia.